Davvero questa volta sono elezioni diverse, lo misuro su me stesso, infatti sono più impegnato a parlare di idee e progetti che di schieramenti e per questo mi interessa svolgere un ragionamento sui contenuti delle proposte, per motivare i lettori ad andare a votare e, soprattutto, per andare a votare per il cambiamento.
Non m’interessa, infatti, saper per chi ciascuno di voi può aver intenzione di votare, bensì vorrei chiedervi di votare secondo coscienza, dopo aver preso atto dei diversi programmi presentati per il futuro dell’Italia.
Non mi riferisco al balletto di miliardi che vengono sbandierati in questi giorni e nemmeno alle promesse facilone che funzionano come specchietto per le allodole, mentre mi riferisco invece al dover abbandonare la vecchia consuetudine di votare per un dato Partito per una presunzione d’appartenenza (magari per amicizia), oppure di andare a votare contro qualcuno scegliendo il meno peggio.
Sono convinto che non abbia più senso partecipare alle elezioni senza essere informati e senza essere a perfetta conoscenza dei contenuti programmatici di ciascuna proposta politica sia in campo, per avere, così, un voto responsabile (qualunque esso sia).
L’Italia deve tornare ad essere competitiva ed il sistema socioeconomico deve essere rilanciato, per fare questo servono riforme strutturali ed occorre definire priorità precise come il lavoro, le imprese e la famiglia.
Siccome non è vero che in politica, sono tutti uguali (intendo dire persone, programmi e Partiti), serve che ciascuno rifletta attentamente sulle scelte che è chiamato a fare per dare un futuro migliore al nostro Paese, con la consapevolezza che ciò può accadere solo se si ha a cuore l’innovazione il merito e l’unità.
Termino con una frase davvero bella che condivido :
“Non interessarsi di politica è come non avere interesse per la vita. Non bisogna confondere l’ Istituzione con chi la rappresenta. Quando diciamo che i politici sono tutti uguali, facciamo un favore ai cattivi, ai disonesti e agli stupidi”.
(Roberto Benigni)

Da troppi anni pensiamo che le prossime elezioni saranno decisive per fare una serie indispensabili di riforme che faranno dell’Italia un paese più moderno e competitivo, senza perdere però la propria identità culturale e continuando a garantire quella necessaria coesione sociale.
Da troppi anni e proprio per questo la sfiducia verso la politica è cresciuta in maniera pericolosa.
Il livello di tassazione per famiglie ed imprese è diventato insopportabile ed il debito pubblico continua a crescere, mentre la classe politica, che pensa solo a screditarsi (gli uni contro gli altri) per poter conquistare il potere, sembra non capire che grazie ai pessimi esempi dati da alcuni personaggi che dovevano amministrare la “cosa pubblica” ed invece hanno approfittato del ruolo ricoperto per arricchirsi e per godere di privilegi assurdi, potrebbe essere travolta da una ondata di protesta radicale che rischia di fare di tutta l’erba un fascio.
Ma proprio tutto uguale non è!
Non è uguale il PD al PdL, perché il PD, seppur colpevole come il PdL di non aver cambiato la legge elettorale (IL FAMOSO PORCELLUM), almeno ha fatto le primarie per scegliere il candidato a premier mentre il PdL ripropone tristemente ancora il logoro “Berlusca“.
Non è uguale Ingroia a Vendola, perché Rivoluzione Civile, lontana dalle scelte del governo Monti ha scelto di correre da sola in piena coerenza mentre SEL si è schierata opportunamente con il PD (si, quel PD che ha sostenuto lealmente il governo Monti) per vincere le elezioni (legittimo ma chi fa le prediche agli altri dovrebbe avere un po di pudore) e ricoprire qualche poltrona di governo .
Non è uguale la Lega al PdL, ma stanno insieme per ragioni di convenienza, anche se è una pena sentire dire da Salvini che non avrebbero più fatto alleanze con Berlusconi leader e poi ascoltarlo rimangiarsi tutto affermando che per Maroni Presidente della Lombardia si può accettare tutto (proprio il contrario di quanto diceva la Lega delle origini quando tuonava contro i compromessi della politica), anche di fare come fanno gli altri nella famosa Roma ladrona.
Non sono uguali Monti e Scelta Civica agli altri Partiti che hanno sostenuto il suo governo, perché gli altri fanno finta di essere stati per una anno sulla luna o se c’erano dormivano (tranne rare eccezioni) mentre lui continua a sostenere un’agenda che ci ha tenuti in vita e dentro l’Europa, nonostante una crisi gravissima e pesantissima per i cittadini che hanno fatto enormi sacrifici.
Non è uguale il Movimento 5Stelle agli altri Partiti, perché Grillo si candida a dare voce ad un malessere profondo che vive nel Paese e così l’elettore che gli assegna il proprio voto lo fa per protesta manifestando tutta la sfiducia possibile verso l’attuale sistema dei Partiti.
Non è uguale il PD a Scelta Civica, perché il PD è un Partito (con tutti i suoi limiti di nomenclatura) mentre Scelta Civica è un movimento che nasce attorno ad una proposta concreta (e discutibile) per il futuro dell’Italia, proponendo tutte persone nuove che non hanno mai ricoperto incarichi parlamentari e sono stati scelti per competenza e serietà.
Non è uguale il PdL a Scelta Civica, perché il PdL è un Partito padronale (sorvoliamo sulla figura ridicola di Alfano) dove le persone sono scelte per la fedeltà dichiarata e le scelte politiche vengono indirizzate dagli interessi del “capo” in un misto di populismo e spettacolarizzazione usato per far colpo sugli elettori che vogliono credere alle promesse facili.
Non è uguale, infine, il centrosinistra al centrodestra, perché le proposte concrete per affrontare e risolvere i problemi di questa crisi socioeconomica, sono diverse; il centrodestra usa demagogia, individualismo e consumismo, il centrosinistra sviluppo sostenibile, sussidiarietà e solidarietà.
Certo, purtroppo, centrosinistra e centrodestra si sono invece dimostrati uguali nei comportamenti scorretti sull’utilizzo dei fondi per i Partiti, nell’abuso dei privilegi per gli eletti, sugli esagerati costi della politica, nella tradizionale pratica della raccomandazione, nell’insopportabile abuso della propria posizione per trarre vantaggi per sé e gli amici ed infine nella vergognosa ipocrisia con la quale, troppe volte, si predica bene ma poi si razzola male.

Ma attenzione, queste considerazioni, tese a dimostrare che comunque si può sempre trovare una luce in fondo al tunnel, non devono far pensare che tutto sia comunque tollerabile e, soprattutto, che non esista un problema nel rapporto tra i cittadini e le Istituzioni, in quanto gli Italiani sono stanchi di questa politica e la fiducia nei Partiti è davvero ai minimi.
Oltretutto in mezzo a questa preoccupante situazione gli amministratori locali, seri e responsabili, si trovano a fare, drammaticamente, i conti con i tagli alla spesa pubblica, che li penalizza in termini di bilancio facendo mancare ai Comuni le risorse necessarie ai servizi pubblici ed ai servizi sociali.
Così anche i Comuni, specie quelli più piccoli, vedono salire la protesta dei loro concittadini che trovano sempre meno servizi, le strade malmesse e nessuna prospettiva di sviluppo locale.
Per queste ragioni ritengo che davvero sia giunto il momento di cambiare il Paese ma per farlo è necessario che prima cambiamo noi e soprattutto che partecipiamo cambiando modo di votare.

In effetti prima di parlare delle riforme necessarie al Paese occorre svolgere una considerazione essenziale per affermare ancora una volta la necessità di andare a votare (nonostante tutto) e di dare il proprio consenso in maniera convinta (qualunque sia la scelta) ad un Partito che s’impegni a garantire spazi di partecipazione per tutti quei cittadini che vogliono concorrere a dare più forza ad un programma di ineludibile cambiamento e, non solo, per votare il meno peggio.
Siamo tutti consapevoli di fare parte di una “civitas”, cioè di una comunità di persone che vivono sopra uno stesso territorio e dunque, più o meno, con gli stessi problemi, da questo presupposto nasce la consapevolezza che dobbiamo fare qualcosa per cambiare le cose che non vanno e per trovare le soluzioni necessarie a risolvere i problemi. Dobbiamo farlo e possibilmente insieme!
Farlo perché siamo concittadini (tanto più nelle nostre vallate montane) e proprio per questo dobbiamo sentirci tutti accomunati da questo dovere, che nasce dall’esercitare un diritto.
Siamo concittadini per il fatto di avere in comune dei beni comuni (l’acqua, la terra, le piazze ….) ma soprattutto per i comuni legami (le radici) e poi per le relazioni instaurate.
In poche parole siamo concittadini per una cultura che ci appartiene e condividiamo con gli altri; la cultura che ci porta a tenere conto degli interessi altrui, che ci fa pulire davanti a casa per mantenere pulita la città, che ci porta ad occuparci della scuola e dello sport locale, che ci sostiene nel fare volontariato sociale, che ci spinge a fare la differenziata e che ci porta a valorizzare il nostro ambiente e la nostra storia con passione e perseveranza.
Tutti questi gesti quotidiani sono frutto di quella cultura che ci porta a votare (nonostante tutto).
A questo punto giova ricordare, però, che l’articolo 48 della nostra Costituzione afferma che : “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”.
Dunque non si parla di voto utile ma si parla di voto libero.
Da questo assunto occorre partire per comprendere l’importanza di votare secondo coscienza.
Chi mi vuole persuadere a dare il mio voto per lui, deve farmi una proposta politica ed un programma che mi convincano, dovrebbe propormi candidati che possano rappresentare il mio pensiero e la mia sensibilità, farebbe bene a costruire un rapporto trasparente e diretto con il proprio elettorato ma soprattutto deve evitare d’usare un’ambigua formula ricattatoria, additandomi come il potenziale responsabile dell’eventuale affermazione di una forza politica distante da me.
In Italia c’è bisogno di ricominciare a fare una politica vera, chiara e comprensibile, in cui i consensi si ottengono sulla base delle proprie proposte e non dei catastrofici scenari possibili.
D’altronde considerata la grave crisi che l’Italia sta vivendo mi sembra legittimo ed opportuno pensare che il nostro Paese abbia bisogno di proposte nuove per uscire dalla recessione economica, dalla pesante disoccupazione, dalla stagnazione dei consumi, dalla elevata tassazione e dal rischio di una crisi sociale che può degenerare in pericolosi conflitti sociali ma anche ambientali.
Servono, dunque, rimedi concreti e non promesse illusionistiche, a partire dalle amministrazioni locali.

Ciò detto penso davvero che fare una serie di proposte concrete per le riforme necessarie al futuro del Paese, sia una cosa giusta per capirsi e trovare le ragioni del voto, ecco le mie :
Riforma elettorale
Questo sarà l’ultimo voto della così detta Seconda Repubblica, credo che non andremo più a votare con l’attuale e vergognoso sistema elettorale e per il futuro auspico che la nuova riforma elettorale serva a ridurre il numero dei Partiti. il numero degli eletti e ridia la parola ai cittadini con le preferenze. Occorre varare un sistema che si basi su collegi elettorali dove si può candidare solo chi non ha condanne superiori alla condizionale, chi risiede in quel territorio, chi non ricopra già un altro incarico nella Pubblica Amministrazione, dove non siano ammesse le doppie candidature e nemmeno quelle di chi è già stato eletto due (o 3) volte in Parlamento ed infine che serva a garantire il diritto di rappresentanza, solo, a quei Partiti che superino una certa soglia di consensi.
Riforma Istituzionale
C’è bisogno di ridefinire l’assetto istituzionale del Paese e va fatto con molto senso pratico, senza voli pindarici, basandolo sul rapporto col cittadino in termini di efficienza e sussidiarietà.
Occorre riprendere il lavoro sulla Carta delle Autonomie e stabilire quali sono gli Enti Locali e le loro precise funzioni di cui devono rispondere direttamente, avendo ben presente, però, che sui territori i Comuni sono il vero punto di riferimento e che per le gestioni associate serve un unico Ente sovracomunale che gestisca le funzioni con un governo condiviso (al di là delle maggioranze politiche), da realizzarsi sul modello della Commissione Europea.
Vanno poi riconsiderati gli Enti funzionali, che non vanno soppressi “tout court” in nome di una selvaggia e generica semplificazione, per dare a loro precisi ruoli e servizi da svolgere in maniera competente e d’intesa coi vari livelli di “governance” territoriale.
Per quanto attiene alle Province si devono ridurre e credo che l’idea di farne degli Enti Locali di secondo livello possa andare bene, solo se gli ambiti di riferimento non diventano troppo vasti, ma sopratutto se oltre alle funzioni previste per legge possono ricevere deleghe funzionali sulle materie regionali e si occupino solo della programmazione territoriale d’indirizzo, insieme ad alcuni ragionevoli compiti di controllo e monitoraggio degli altri livelli di governo sottordinati.
Alle Regioni infine sarebbe opportuno lasciare il potere legislativo su quanto di sua competenza, la programmazione economica e sociale (compreso la gestione dei Fondi UE) ed infine il potere di controllo e monitoraggio dell’attività di tutti gli Enti presenti sul territorio, evitando però di occuparsi, direttamente, della gestione di funzioni o servizi pubblici.
Infine c’è bisogno di cambiare la Camera ed il Senato.
Anzitutto bisogna ridurre il numero dei parlamentari (e la loro indennità), poi modificarne i regolamenti per renderle meno ingessate ed infine cambiare il ruolo delle due Camere, una di tipo legislativo e l’altra (il Senato) quale rappresentanza delle Autonomie Locali.
Riforma del Welfare
Il Welfare State, detto anche “Stato sociale”, si contraddistingue per una rilevante presenza pubblica in importanti settori quali la previdenza e l’assistenza sociale, l’assistenza sanitaria, l’istruzione, il trasporto pubblico e l’edilizia popolare, tale presenza si accompagna, generalmente, a un atteggiamento interventistico e dirigistico nella vita economica, sia a livello legislativo, sia attraverso la pianificazione e la programmazione economica, sia attraverso imprese pubbliche.
L’Italia non ha ancora intrapreso azioni significative nella direzione della costruzione di un sistema sociale sostenibile ed adeguato alle nuove esigenze ma per farlo deve dare seguito, prioritariamente, ad una riforma del mercato del lavoro, mirata ad ammorbidire le tutele sui contratti standard con una riforma del welfare tesa a migliorare la rete di sicurezza per i disoccupati.
In questo senso e per contribuire a trovare soluzioni alternative che siano sostenibili sia sotto il profilo economico che sociale, cioè che garantiscano la tenuta del Paese e la sua coesione, è necessario avere una visione di prospettiva che veda il protagonismo della società civile, fondato sul principio di sussidiarietà in un’ottica di più Società e diverso Stato (non meno Stato), che allarghi risorse ed opportunità per le persone e le famiglie, a partire da quelle in condizione di maggiore fragilità. L’idea è che le politiche sociali debbano avere come obiettivo non solo la protezione degli individui da una serie di rischi sociali (mancanza di reddito, malattia, ecc.) ma anche il rafforzamento e l’“attivazione” degli individui, sin dall’infanzia, ai fini di una maggiore capacità di integrazione socio-economica.
Cinque potrebbero essere le prime direttrici di una riforma che guardi con particolare attenzione alla valorizzazione della famiglia, all’integrazione delle politiche di sostegno ed all’avvio del processo di definizione dei livelli essenziali:
# revisione della tassazione (in modo progressivo) e delle Isee, per garantire maggiore equità;
# riforma dell’indennità di accompagnamento per la costruzione di un sistema di long term care;
# piano di contrasto alla povertà per un welfare più inclusivo ed attivante;
# definire e garantire nei territori, servizi pubblici essenziali, quale diritto di cittadinanza;
# sviluppo di interventi e servizi socio educativi per sostenere le famiglie con figli minori.
Riforma Fiscale
Al Paese serve senz’altro una nuova riforma fiscale, per ridare fiato alle famiglie e speranza alle imprese, sapendo che per pagare meno tasse, serve allargare la base imponibile.
Occorre ridurre l’attuale livello di tasse sul lavoro e sulle imprese con il taglio del cuneo fiscale e con la detassazione degli utili reinvestiti, avendo l’accortezza di controbilanciarlo con l’ampliamento della base delle imposte indirette, e spostando la spesa pubblica su investimenti pubblici mirati.
A questo punto bisognerà, anche, ridurre le imposte sui redditi da lavoro e le imposte sulle persone fisiche, cominciando dai redditi più bassi per poi valutare l’opportunità di favorire lo scarico dei costi relativi a determinati acquisti di beni e servizi che pesano sulla gestione famigliare e potrebbero servire a stabilire con più certezza il volume d’affari di imprese ed aziende.
Inoltre si dovrebbe pensare ad innalzare le imposte sulle attività degli Istituti Finanziari, oltre alla introduzione della Tobin Tax, ed a varare una fiscalità specifica che sostenga la ecosostenibilità e la salute pubblica, penalizzando prodotti e servizi che inquinano o nuociono alla salute, sul modello di quanto già avviene nei Paesi del nord.
Infine appare sempre più urgente l’idea di far entrare in funzione anche nel nostro sistema fiscale il “quoziente famigliare” avendo cura, però, di correggerlo con l’introduzione di un’ area non tassabile proporzionale ai carichi famigliari, così da rendere disponibili un po di risorse per i consumi.
Riforma della Giustizia
Da troppo tempo, peraltro, il tema della giustizia si affaccia nelle dichiarazioni programmatiche di ogni partito, per poi scomparire nell’azione concreta dei governi, oppure ricomparire sotto la forma inaccettabile delle leggi “ad personam”
Per fare una riforma credibile della giustizia occorre, per prima cosa, superare l’irragionevole conflitto tra politica e magistratura (aperto da Berlusconi), restituendo all’ordine magistratuale il ruolo di terzietà che ad esso compete e che, però, talvolta ha subito qualche appannamento a causa del protagonismo politico di qualche pubblico ministero.
Per questo serve, comunque, stabilire una diversità tra magistrato inquirente e magistrato giudicante ed inoltre che un magistrato non possa candidarsi in politica se non dopo tre anni di lontananza dall’ufficio che ricopriva.
La riforma della giustizia, pertanto, dovrà muoversi secondo alcune grandi direttrici, cominciando dalla GIUSTIZIA CIVILE, che rappresenta la vera grande ammalata del sistema e, insieme, la causa ostativa allo sviluppo, a motivo dei processi di durata ultra decennale”.
I tempi dei processi vanno ridotti ad almeno un terzo dell’attuale e va adottato un sistema che tenda a promuovere percorsi alternativi alla giurisdizionalizzazione dei conflitti, come la mediazione, ma anche continuando a prevedere l’utilizzo di sedi distaccate, adeguatamente attrezzate, per non gravare di costi chi chiede il rispetto dei propri diritti attraverso un servizio/funzione statale.
Anche per la GIUSTIZIA PENALE, c’è necessità con urgenza di una riforma del processo, capace di restituire a tutti i soggetti della giurisdizione, dunque anche ai difensori (oltre ai pm), eguale peso e dignità, ma soprattutto i tre gradi di giudizio vanno riservati all’eventuale ricorso dell’accusato e non allo Stato a cui potrebbe essere riservato solo l’appello in Cassazione.
In questo campo diventa necessario reintrodurre la norma sul falso in bilancio ed adivenire ad una corretta legislazione in materia di conflitto d’interessi, oltreché perseguire in maniera durissima la corruzione nella P.A. ed il riciclaccio di denaro proveniente da attività illecite.
Occorre, infine, incentivare l’adozione di efficaci pene alternative al carcere, stabilire per la carcerazione preventiva termini compatibili, anche al fine di decongestionare le carceri che, non sono più in grado di soddisfare il principio costituzionale secondo il quale la pena non può essere contraria al senso di umanità e deve tendere alla rieducazione del condannato.

Con queste idee per il futuro e con la convinzione di dover comunque fare qualcosa per cambiare l’Italia, cioè per riavvicinare le Istituzioni repubblicane ai cittadini e per rendere più giusta la nostra società, intendo partecipare alle prossime elezioni politiche, con l’aspettativa di contribuire e farlo fattivamente, alla realizzazione di un nuovo governo capace e responsabile, cioè autorevole.
Ciascuno di noi sarà chiamato ad esprimere, liberamente, un voto che guardi più alla sostanza delle cose che non agli schieramenti partitici, con la speranza che il futuro Parlamento che uscirà da queste elezioni, e poi il nuovo Governo, avranno la prontezza di affrontare le problematiche decisive dello sviluppo sostenibile, del lavoro, dell’ammodernamento istituzionale e del welfare, nonché della coesione territoriale, con determinazione e responsabilità, perché solo così l’Italia si potrà avviare ad una fase di uscita dalla crisi, dando un contributo positivo e lungimirante ad una nuova Europa dei popoli, nel segno del bene comune.