C’è davvero un settembre da ricordare e dobbiamo farlo, insieme.. Non parlo di questo settembre 2011, fatto d’una manovra ingiusta, di un grande campionato mondiale di rugby, d’un clima piacevole (quello metereologico) e d’un clima avvelenato (quello politico) e nemmeno di un settembre passato, in Lunigiana, a cercare la quadratura del cerchio con una ridicola proposta di Unione dei Comuni, mi riferisco, invece, e voglio parlare del settembre 2001
Ricordate l’attacco alle Twins tower a New York ed al Pentagono, in data 11 settembre 2001, da parte degli integralisti islamici di Al Qaida? Quella data è diventata epocale e non solo per la tragedia di quasi 3.000 morti, bensì per il fatto che ha determinato un drammatico cambio di rotta della nostra storia. Una storia che in questo decennio è diventata dominata dalle paure. Paura per l’insicurezza della nostra società, superati i muri, paura della globalizzazione che ci rende più poveri, paura degli immigrati che cercano nuove opportunità, paura per il futuro del nostro pianeta a causa del riscaldamento dovuto agli inquinamenti.
L’ignobile attacco, a tradimento, all’America è stato l’attacco alla cultura occidentale, proprio nel Paese che sembrava il più forte ed il meno attaccabile e ciò, purtroppo, ha dato il via ad una reazione a catena contro il male, inteso come tutti quegli Stati basati su culture che non rispettano la libertà e la democrazia e vogliono imporre al mondo le loro idee basate su convincimenti religiosi. Così, inevitabilmente, siamo precipitati in un periodo di guerre e di nuovi sacrifici di vite umane. Nessuno di noi s’aspettava quell’attentato ma quell’attentato ha segnato le nostre vite a prescindere dalle proprie idee e dalle proprie scelte. Per questo quella data, quel mese, non possono essere cancellati e nemmeno dimenticati, siamo chiamati a riflettere ed a operare per sanare quella ferita mortale per la nostra civiltà. Servono il coraggio del perdono e la forza della responsabilità per sanare quella che è stata una vera e grave offesa all’ intera umanità. Ma senza dimenticare, le ferite possono essere curate e sanate con pazienza e buona volontà di fare sempre il bene comune. Per questo mi piace citare che ‘Sound of silence’, il suono del silenzio: cantato da Paul Simon alla chitarra, ha accompagnato i familiari delle vittime delle stragi dell’11 settembre che scendevano a visitare il memoriale in onore dei loro cari.

Ricordo che il giorno 11 settembre 2001 seguivo le tragiche notizie dell’attentato all’America tramite internet, dal mio ufficio, dopo essere stato avvertito di quella immane tragedia dal “compagno avvocato” Paolo Fraschini (con cui in quel periodo parlavamo della vicenda GAL).

L’incredulità era tanta e lo stupore maggiore; chi avrebbe mai immaginato che l’America sarebbe stata attaccata in casa propria?

Ma le immagini (lente a caricarsi) stavano a dimostrare che purtroppo tutto era tristemente accaduto e la realtà, ancora una volta, era stata capace di superare la più macabra fantasia.

A quel punto il dolore aveva il sopravvento su ogni altra emozione, sulla rabbia per un gesto inumano e sulla delusione per il chiaro fallimento del sistema di “intelligence” americano.

Mi sembrava che quelle morti di civili avessero cancellato per sempre l’idea del sogno americano, invece quel sacrificio stava a dimostrare che proprio quello era l’assurdo, la morte di quasi tre mila persone aveva reso l’America il punto di riferimento, irrinunciabile, per noi occidentali.

Quel folle gesto dei terroristi aveva l’obbiettivo di dimostrare che non esisteva una nazione “padrona” in grado di vivere sicura e felice sul proprio suolo ma ciò ha dato vita all’epoca della paura che ci ha portato un mondo più chiuso e cinico.

Quella del terrorismo è da sempre la strada dei disperati ed anche questa volta non ha dato alcun frutto anzi ha scatenato l’orgoglio americano che ha dato il via a guerre (più o meno interessate a gas e petrolio) che sono costate tante altre giovani vite umane.

Ora a distanza di 10 anni da quel 11 settembre 2001, la storia ci ha insegnato che non esistono condizioni di assoluta sicurezza, che un America chiusa su sé stessa deve preoccupare il mondo democratico ed altresì che il fondamentalismo religioso è un pericolo assoluto per una civiltà laica ed anche secolarizzata come la nostra, che pur con tutti i suoi difetti è la migliore possibile.

Per tanto, se devo pensare a quello che l’ 11 settembre 2001 ci ha lasciato in eredità, ritengo che ci sia di che preoccuparsi (ragionevolmente e senza esagerazioni).

L’isolazionismo dell’America, in campo politico ed economico, sommato alla debolezza dell’ONU non sono davvero premesse foriere di grandi speranze per un futuro migliore.

Ma c’è anche, un altro serio motivo per il quale non vedo un futuro più roseo, non mi è mai capitato di leggere in questi anni, da parte della cultura occidentale, una profonda riflessione (al di là di qualche provocazione) sulle ragioni che hanno portato a questo attentato contro l’America.

Probabilmente hanno prevalso la retorica dei buoni sentimenti e del patriottismo, e le ragioni dei legittimi interessi da tutelare, ma così facendo non si possono capire le motivazioni (per quanto assurde siano) che hanno portato a questo odio verso l’America ed a questo folle attentato.

Ora mettendo da parte idee, assai originali, su strani complotti e volendo chiudere, benevolmente, un occhio sugli affari in comune tra le famiglie BUSH e BIN LADEN, è pur vero che un po’ di autocritica e di riflessione sulla scelta di voler essere l’unico Stato in grado di difendere ed imporre una propria politica estera, economica e sociale, andrebbe fatta per dare il via ad una nuova stagione più concertata e cooperata verso il bene comune

Ciò detto gli Stati Uniti d’America sono comunque una democrazia liberale, con i limiti di qualsiasi democrazia, e si differenziano da molti altri Stati per il fatto che è possibile dissentire (da Malcolm X a N. Moore, da M.L.King a M. Alì -Cassius Clay-), che la stampa quotidiana attacca senza mezzi termini i propri politici e li rende perfino ridicoli, ma lo fa con obiettività, distinguendo caso per caso e non generalizzando come fa quella nostrana.

Gli USA sono un Paese dove sono nate culture profondamente libertarie (e non solamente liberali) e sono un grande Paese dove si vive una società multiculturale e multietnica.

Per queste riflessioni penso che la vera lezione da trarre da quel tragico evento del 11 settembre 2011, sia quella di dover ripensare, tutti insieme, ad un nuovo modello di vita sociale che garantisca i diritti civili a tutte le popolazioni, che determini nuovi stili di vita più sobri e meno consumistici, che assicuri misure ambientali di salvaguardia del nostro ecosistema e che sostenga un sistema economico basato sullo sviluppo sostenibile.

Credere in un mondo fatto di relazioni sincere e disinteressate tra Stati e tra persone non è una utopia ma un dovere civico a cui ci dobbiamo sentire impegnati, per evitare altre tragedie terroristiche e porre fine ad ogni sorta di guerra presente sul nostro pianeta.

Per questi motivi ho condiviso l’idea di non ricostruire le torri (cedendo ad una logica da torre di babele) e lasciare a ground zero due fasci di luce che guardano al cielo e lo illuminano indicando la strada per fare un futuro migliore fondandolo sul rispetto di valori e spiritualità universali.

PS Un tassista egiziano, Ashraf, fa una considerazione su cui riflettere: “Hanno colpito New York perché l’America è una minaccia all’integralismo islamico. Qui ogni musulmano si rende conto che si può vivere e lavorare in pace nella diversità di culture e religioni, nel rispetto reciproco. Non importa se sei ebreo o musulmano, qui puoi lavorare e se ti impegni e hai un po’ di fortuna puoi arrivare ovunque. Dipende tutto da te, non dalla tua religione. Una cosa simile è inaccettabile per un integralista”.