Il gruppo bellunese dei “non voglio che Clara” sono gli eredi di Luigi Tenco. Il nome del gruppo, come spiegano gli stessi componenti, significa “voglio Clara e nessun’altra”, in una sorta di autodeterminazione che lascia ormai poco spazio al sentimento, in favore di un desiderio carnale ossessivo. Cresciuti tra le montagne bellunesi, dopo la solita trafila dei dischi autoprodotti, nel 2004 arrivano a pubblicare il loro primo album ufficiale, Hotel Tivoli. Al rock e all’elettronica che monopolizzano la musica contemporanea, rispondono con pianoforte, chitarre prevalentemente acustiche, e forti arrangiamenti a base di archi, che rimandano alla scena dei cantautori italiani degli anni 60, a certi brani meno noti di Battisti/Mogol o all’album Non al denaro, non all’amore né al cielo di Fabrizio De André.


La musica dei “Non voglio che Clara” è ricca di atmosfere retrò, malinconiche, intimiste, fuori moda ma allo stesso tempo moderne, anche grazie a certi momenti strumentali vagamente “Post Rock” presenti nel secondo disco ufficiale della band. Anche gli anni ottanta fanno capolino nella loro musica, con echi degli Smiths e Morrisey, ma vi si possono rintracciare pure influenze riconducibili a Burt Bacharach.


L’ultimo disco dei NVCC “Dei cani” non è un mieloso disco d’amore di smancerie di languori o frasette da baci perugina (al contrario è un concept album drammatico sull’arco che fa una storia d’amore che diventa ossessione follia e tragedia). A voler semplificare all’estremo non è un disco né pesante né leggero, ma denso. E’ un disco fatto di canzoni che ti entrano dentro, che lo puoi anche ascoltare facendo altro, certo, non è prepotente, non sono insegne luminose che attirano gli allocchi, non è nemmeno facile (forse), ma lui si insinua sottopelle, ha la grazia della melodia e degli arrangiamenti, te lo trovi in circolo tra i ventricoli quando meno te lo aspetti, quando sei su un bus che attraversa confini e ti trovi sovrapensiero a rievocarne immagini, sapori, situazioni. Come in un film girato e scritto bene, come dopo un viaggio. Esatto: il viaggio è il viaggio in quell’Italia che non c’è più e che vorremmo, senza retoriche o, peggio, conservatorismi. Senza dannosi inutili ridicoli “era meglio quando si stava peggio” o “una volta sì che si scrivevano canzoni”. E’ la speranza e la bellezza del ‘qui e ora’ senza che sia strappo o vuoto e sterile esibizionismo. E’ quel benedetto fil rouge che sono le eliche del nostro DNA musicale nazionale, che non si spezza ma diventa stoffa per (ri)costruire il presente. E’ per questo che un disco così, oltre a essere bello, bellissimo (condizione sine qua non) è un disco Importante. Perchè ci da speranza, che non tutto è perduto, che da qualche parte sui monti c’è qualcuno che se ne fotte delle stronzate e continua imperterrito a scrivere le canzoni come vanno scritte. Punto.
                                                      recensione tratta da ROCKIT