Della Direzione PD dello scorso 4 luglio, non si butta via niente.

Certo è stata una Direzione complessa e difficile, come prevedibile, ma è stata, anche, una Direzione comunque utile.

Il PD usciva da un risultato insoddisfacente delle recenti amministrative (lo ha ammesso lo stesso Renzi) ma chi aveva pensato di prendere spunto dal risultato per fare una analisi tutta negativa dell’attuale PD e della sua linea politica, ha sbattuto contro un muro solido; fatto di una leadership radicata e (forse troppo) radicale. Radicale nel ribadire che la linea politica di un partito la decide il Segretario con la sua maggioranza. E’ antidemocratico ? No ma in alcuni frangenti critici, saper dimostrare pazienza, ascolto ed umiltà, può servire (eccome se serve!) anche a rischio di dover essere sospettati di ipocrisia.

Certo il voto delle amministrative è frutto essenzialmente di caratteristiche locali (su questo Renzi ha ragione) ma non si può negare che probabilmente alcune questioni di valore nazionale hanno influito negativamente (tanto o poco dipende dalle singole realtà) sull’esito del risultato elettorale del PD. E allora, che fare? Bisogna cambiare linea politica? Sinceramente questo è quello che, in buona sostanza, chiedeva la minoranza dem, legittimamente, ritengo, ma con un qualche spirito “revanchista” che sapeva più di atteggiamento strumentale che di voglia di un vero confronto interno. Però questa scelta di porsi e di essere da parte della minoranza dem, è proprio quello che, presentato come out out, non poteva essere accettato da Renzi e dalla sua maggioranza. Il risultato della amministrative e’ davvero insufficiente ma la somma dei voti locali non può essere letta in modo negativo per ragioni interne e per provare a sfiduciare il segretario nazionale del PD. Per mandare a casa Renzi (cosa naturale in democrazia) servono, invece, un progetto politico alternativo e la vittoria ad un congresso.

Così alla fine tutto è venuto alla luce del sole, ognuno ha fatto la propria parte (parlando al proprio ombelico) e la Direzione PD è finita al solito, con la maggioranza che si dimostra tale e “blinda” il Segretario e la sua linea politica.  Allora, Franceschini che torna ad essere Franceschini, Cuperlo che prova ad essere più antipatico di D’Alema, Orlando che sembra voler dire ma non dice, Fassino che si lancia un intervento di “peroratio pro domo sua” e Speranza che si mette a fare il politico, più il gran finale di Renzi che quando interpreta se stesso è davvero imbattile, sono tutti protagonisti di quello che diventa un tragico teatrino della politica. E sia chiaro, di questa situazione ne paga le conseguenze, con la perdita di credibilità, tutto il Partito e non solo una parte. Il PD, così come viene percepito oggi dalla gente, grazie anche ad una inadeguata presentazione da parte degli organi di comunicazione è davvero poca cosa e da cui stare lontani. Viene inteso come  un Partito diviso e pertanto destinato alla sconfitta elettorale. La identificazione del PD con Renzi non costituirebbe di per sé un problema (avviene così per tutte le leadership politiche del mondo) se non ci fosse troppa individualizzazione da parte dei vari protagonisti ed antagonisti.

In questo contesto la linea “decisa” del segretario, può apparire a molti, sopra le righe ed arrogante ma credo che debba essere letta, invece, come senso di responsabilità della classe dirigente PD nel voler andare avanti tenacemente per concludere un progetto con cui alle Primarie è stato conquistato il consenso. Certo in questa direzione non bisogna accantonare nessuno ed essere più inclusivi ed aperti ma nella chiarezza delle scelte da fare e da condividere. Matteo metta in campo ascolto e concertazione e la sinistra dem rinunci al congresso permanente, così (forse) sarà ancora possibile ritrovare uno spirito unitario che ci faccia riprendere il dialogo coi cittadini, dimostrando loro di essere credibili per riavere la loro fiducia.

Per questo oggi Matteo Renzi rilancia un riformismo radicale (e necessario) davanti al populismo ed alla demagogia.
La sfida referendaria del SI alle riforme, deve essere la prova del nove per il nostro partito, dove la pluralità di voci (importante) deve però, parlare all’unisono e per questo certi documenti erano fuori luogo e sono stati cassati. Non viene proposto un cambiamento della Costituzione, tanto per cambiarla, ma per renderla più attuale passando dalla politica della rappresentanza alla politica del Governo. Questa è la strada per chi vuole fare!

Ciò detto e dopo aver letto tante critiche, mi permetto di riaffermare che dell’ultima Direzione non c’è nulla buttare, in quanto anche le critiche e le sfide lanciate devono servire a riflettere sugli errori ed a riprendere l’entusiasmo per un nuovo modo di fare politica. In questa direzione bisogna riconoscere che il PD deve tornare all’analisi della politica e a discutere delle scelte di governo da affrontare senza dare spazio alle tifoserie correntizie e scadere nei personalismi, dimostrando di saper guardare di più al sociale per dare risposte concrete alle persone che vivono ancora una dura crisi economica e provare a ridurre le diseguaglianze.