Un libro che è la “summa” di quanto di brutto è stato fatto in ambito sportivo nell’ultimo trentennio e che illustra in modo esemplare come, al pari dei famigerati paesi dell’est in Italia ci sia stato per un certo, lunghissimo, periodo, un vero e proprio “doping di Stato”.
La figura centrale di questo racconto, che ha la forza del diario scarno e senza fronzoli, ma che coinvolge nel crescendo di efferatezze che illustra, è quella del professor Francesco Conconi, al centro di un’indagine penale conclusasi con la prescrizione per scadenza dei termini, ma le cui motivazioni sono un feroce atto di accusa contro l’intero sistema sportivo.
Si va dalle ricerche sul dosaggio degli anabolizzanti per gli azzurri di alto livello, fatte con la complicità delle strutture Coni, alle trasfusioni vietate, agli anni dell’epo, l’ormone che ha cambiato il volto di gran parte dello sport nostrano e mondiale.
Ma si arriva fino ai giorni d’oggi con cifre impressionanti: in Italia 371 milioni di dosi (per un costo di circa 425 milioni di euro) assunte da circa 254 mila sportivi, fra i quali 69.000 praticanti il body building.
Ma le cifre ufficiali si fermano ai 105 milioni di dosi sequestrate dal 2000 a oggi, circa 8 milioni l’anno.
Una porzione molto modesta dei farmaci realmente utilizzati che si basa sui risultati dei controlli antidoping, sulle 100 inchieste giudiziarie e sui sequestri di sostanze dopanti, effettuati dai carabinieri del Nas e dalle altre Forze di Polizia.
Secondo Donati, sono passati 25 anni ma in Italia non si è riusciti a spezzare la contraddizione tra controllori e controllati, e sono pressoché assenti i controlli a sorpresa: la Wada dovrebbe diventare pubblica e indipendente come tutte le altre agenzie antidoping, compresa quella italiana che, invece, è di casa al Foro Italico, sede del CONI.