Partiamo con la definizione : “La speranza è lo stato d’animo di chi è fiducioso negli avvenimenti futuri o già accaduti di cui non conosce i contorni precisi e le esatte possibilità di riuscita”. C’è un detto molto antico e spesso usato anche a sproposito : ” finché c’è vita c’è speranza”, un motto che può essere usato come slogan per questo mio articolo che non vuole essere un leggero incitamento all’ottimismo. Infatti sono consapevole che non ci può essere ragionevole speranza in un mondo pieno d’ingiustizie e di banalità. Dobbiamo così sentirci impegnati a costruire strade e progetti di speranza perché altrimenti in questo mondo la speranza rischia di essere un privilegio per i più ricchi ed i più potenti. Costruire ed esortare alla speranza è un compito che richiede molto impegno perché si basa fondamentalmente supro una nuova etica personale. Dare speranza, in tutti i campi, non è indignarsi, protestare ed alzare le mani pulite ma dare esempio e testimonianza di un impegno disinteressato che ci porti a superare le divisioni ed a creare condizioni di giustizia.
Può sembrare difficile credere in tutto ciò ma non dispero che possa diventare un comune sentire, in fondo la speranza è l’ultima a morire!

PS L’espressione “la speranza è l’ultima a morire” deriva dal detto latino Spes ultima dea con riferimento al fatto che la Speranza era l’ultima dea a cui rivolgersi nei momenti difficili. L’origine del detto è antichissima e risale al mito greco di Pandora. Secondo il poeta Esiodo, Zeus aveva affidato a Pandora, la prima donna forgiata da Vulcano, un otre che non doveva essere aperto perché conteneva tutti i mali. Ma Pandora, per troppa curiosità, lo scoperchiò e i mali si diffusero sulla terra. Solo la Speranza rimase nel vaso e quindi tra gli uomini.

In questi tempi non è facile vedere la luce in fondo al tunnel …… eppure credo che non ci possiamo permettere di essere rassegnati.

Dobbiamo essere vigilanti e fiduciosi nel futuro che dobbiamo costruire.

Siamo in un periodo di crisi fortissima che aumenta le differenze e che colpisce tutti ma di cui i più deboli pagano le conseguenze maggiori, si tratta di una situazione davvero drammatica che riguarda le famiglie, le imprese, il lavoro. Come al solito tanto più c’è crisi e tanto più cresce l’ingiustizia sociale propio mentre ci sarebbe bisogno di coesione.

E’ drammatico il problema del lavoro (della mancanza e del costo) ed in particolare, è davvero pericoloso, l’alto tasso di disoccupazione dei giovani, che deve preoccuparci, seriamente, pensando al futuro del nostro Paese, tanto più che ci troviamo alla vigilia del 1 maggio (una festa di grande significato da valorizzare).

Ciò nonostante penso che la situazione sia ancora gestibile e sia possibile evitare il default!

E’ necessario, però, cambiare una certa mentalità di persone ed imprenditori ma soprattutto serve che le Istituzioni sappiano passare, ora, da una politica di rigore ad una politica che favorisca ed accompagni la crescita.

Una crescita che, a mio parere, può riprendersi davvero solo se sapremo affrontare e risolvere tre questioni essenziali:

-come evitare che gli utili delle imprese vengano investiti nella finanza e vadano, invece, a favore di ricerca e di tecnologia per aumentare la produttività;

-come diminuire la tassazione per le famiglie in modo che torni disponibilità per la spesa;

-rivedere e ridurre la spesa pubblica senza ulteriormente intaccare il welfare.

Servono ad esempio una tassa sulla transazioni finanziarie (mod. Tobin tax) per fare entrate, nonché continuare, con rigore, la lotta all’evasione fiscale ed al lavoro nero.

Davanti ad ogni situazione, la più difficile, esiste sempre qulacosa da fare per provare a modificare il corso delle cose, per cambiare in meglio la storia che stiamo vivendo e per provare a raddrizzare quanto sembra essere definitivamente storto.

Le azioni concrete, gli impegni quotidiani ed i fatti (più delle parole) sono i gesti che caratterizzano lo stile (il modo di fare e di essere) di chi crede nella vita, di chi ha speranza e di chi attraverso una comunicazione positiva sa diffondere e conquistare la fiducia degli altri.

In questo senso la politica deve fare autocritica; infatti per anni la politica dei partiti è stata mera gestione del potere e vane promesse, seppur ben confezionate da una informazione al servizio dei poteri forti, senza essere capace di aprire nuove prospettive di sviluppo sociale ed economico per la nostra comunità e l’intero Paese. Così la politica, nell’epoca del maggioritario, è stata sostanzialmente una politica “contro” anziché una politica “per “, eppure l’Italia ha assolutamente bisogno di una seria politica del fare.

Sperare dunque non è un esercizio vano e la speranza non va scambiata con l’illusione; la speranza è la convinzione che con impegno e con la forza di volontà si possono fare cose utili per uscire dalla crisi e costruire una società più giusta.

Soprattutto non dobbiamo pensare che la speranza sia un lusso, cioè che se la possano permettere soli i ricchi, la speranza è il dovere di fare qualcosa per cambiare una situazione di disagio, di crisi, di insoddisfazione che viviamo, come individui o come comunità.

Siccome sono convinto della bontà di queste ragioni penso di essere una persona positiva, che non si perde d’animo davanti alle difficoltà che inevitabilmente s’incontrano nella vita, e soprattutto che vuole dare il proprio contributo per cambiare le cose che non vanno.

Non vanno le cose nella politica italiana, troppo condizionata da schemi appartenenti alla seconda e rovinosa repubblica (che ormai va superata) ma soprattutto poco capace di dimostrare una credibile autonomia di pensiero rispetto a visioni europee “tecnocratiche“, magari comprensibili ma non sempre condivisibili. A questo si aggiunga il prosperare di una diffusa corruzione trasversale a tutti i partiti (come dimostra la vicenda della Lega “ladrona a casa nostra”) che rende davvero inguardabile e non credibile la politica italiana. Per questo spero che arrivino sia una riforma elettorale che una riforma istituzionale, tali da cambiare la Repubblica, nonché la natura ed il ruolo dei partiti che comunque devono essere regolati da una apposita legge per garantire trasparenza nella gestione e nella selezione della classe dirigente. Ma occorre farlo presto perché altrimenti prende campo la politica della protesta demagogica, alla quale, per come la vedo io (almeno ad oggi), solo un forte e rinnovato “senso civico” può contrapporsi adeguatamente.

Non vanno le cose nel PD che non riesce ad essere un partito nuovo (com’era nelle speranze) in quanto ogni tentativo di superamento delle vecchie logiche d’appartenenza risulta irrealizzato, così come risulta incompiuto ogni tentativo di costruire una piattaforma condivisa di valori comuni, così come risulta, infine, fallita ogni velleità di rinnovamento della classe dirigente. Questo PD senza un cuore, è vissuto dalla maggior parte dei dirigenti, come lo strumento idoneo a raggiungere incarichi e posizioni di prestigio, anziché essere inteso come luogo di formazione personale e come luogo aperto alla partecipazione popolare per il confronto tra eletti ed elettori. Il PD nato per essere un partito a vocazione maggioritaria in un contesto elettorale fortemente bipolare, credo che sarà chiamato, presto, a rifondarsi in un contesto elettorale diverso, per come si prospetta oggi, alla luce degli accordi raggiunti tra i partiti che sorreggono il governo Monti.

Non vanno le cose sul nostro territorio lunigianese, in quanto, in un contesto generale reso ancora più complesso da questa crisi economica , manca il ruolo di guida delle Istituzioni locali che sembrano rinchiudersi in localismi anziché provare a fare sistema territoriale e programmare una strategia di sviluppo condivisa. L’Unione dei Comuni non può essere solo un Ente che svolge in maniera associata qualche funzione amministrativa e qualche servizio pubblico, questo Ente (meglio questi Enti) ha un senso solo se saprà farsi riconoscere come luogo più idoneo a svolgere una governance strategica per il territorio chiamato ad amministrare. Sono, poi, una vera preoccupazione i deficit di bilancio dell’ASL, del CERMEC, di GAIA ma è una vergogna il silenzio della politica locale (nel senso della mancanza di scelte chiare) su queste importanti questioni.

Le cose, dunque, non vanno bene ma non bisogna perdere, mai, la speranza; abbiamo molto da fare!

Credo, ad esempio, che a livello locale ci siano le possibilità di svolgere un lavoro positivo nell’interesse generale. A Pontremoli vedo il tempo e lo spazio per costruire un credibile progetto politico diverso da quello attuale che esprime questa insufficiente Amministrazione e penso che dall’esperienza di Zeri, comunque vadano le elezioni, possa rafforzarsi un vento di cambiamento in termini di idee e di modo di fare politica tale da condizionare il futuro della Lunigiana. In questo senso la nascita dell’Associazione “CIVILTA’ LUNIGIANESE” associazione culturale/politica, apartitica ma impegnata a definire progetti e scelte amministrative di qualità per dare vita a liste civiche locali, accomunate da una visione strategica per il futuro del nostro territorio, rappresenta una grande speranza!

Alcune volte, però, confesso di perdere la speranza, specie quando leggo certi comunicati stampa del PD pontremolese, che sono talmente strumentali ed ipocriti (stupidi) da far nascere lo sconforto totale rispetto alla serietà delle persone, od ancora quando leggo certi volantini elettorali che sono pieni di bassezze e di mistificazioni tali da far nascere seri dubbi sull’intelligenza delle persone. Siccome però, solo i paracarri non cambiano mai idea, nutro sotto sotto (mi vergogno quasi a dirlo) la speranza di vedere cambiare idea ed opinione anche a persone modeste e faziose “tipi sinistri”, per dirla con Pansa, che si comportano sempre da funzionari (soldati!) del più bieco centralismo comunista.

Ciò detto andiamo oltre e confermiamo l’impegno a guardare sempre al bicchiere mezzo pieno. Sinceramente non c’è molto da essere ottimisti in questo periodo eppure anche in un momento così difficile, secondo uno studio del Censis, oltre il 62% degli italiani ha ancora fiducia nel futuro, come è altrettanto viva (68,8%) la loro forza spirituale.
Gli italiani, dunque, non sono depressi e considerato che non sono stupidi, con queste percentuali dimostrano di avere ancora fiducia in se stessi e nel Paese in cui vivono. Questo fatto non deve sorprendere più di tanto, in quanto noi italiani viviamo nella bellezza e siamo stati educati, proprio dalla bellezza, alla speranza. Sperare non è un atto fideistico ma piuttosto è il segno distintivo delle persone che non si rassegnano e combattono per cambiare le cose, anche quando sembra impossibile Quello che t’impedisce di avere speranza è la paura; la paura è quello stato d’animo che non ti fa stare bene dove e come vivi, è un sentimento che ti rende prigioniero e ti spinge a credere che non ce la farai mai, ma la forza per uscire da questa situazione la puoi trovare solo dentro di te.

Come dice Don Ciotti nel suo libro La speranza non è in vendita : “per sperare bisogna credere nella giustizia e nel bene comune ed impegnarsi a costruirli”.

Chiudo con un saggio proverbio arabo che dice :

“Colui che ha salute ha speranza, colui che ha speranza ha tutto.”