Ormai la politica, italiana, rischia di essere una cosa per pochi, pur riguardando tutti. Per pochi : gli addetti ai lavori, i rappresentanti attuali (cooptati e non eletti) e quelli che aspirano a subentrare. I Partiti poi, sono inguardabili e rischiano di allontanare gli ultimi “afficionados” della gestione della “res publica”. I valori della partecipazione, della democrazia, dell’interesse nazionale e del bene comune, sono messi in discussione giornalmente da quei Partiti che dichiarano di rifarsi proprio a questi valori, e così la gente perde fiducia e si assenta dalle urne. Insomma la politica è seriamente ammalata (stavolta l’ILVA non c’entra) e di conseguenza il Paese non riesce a superare la crisi in cui è sprofondato per varie cause, finanziarie, economiche ed anche politiche. In questo quadro l’ultima ancora di salvezza per la buona politica, sembra essere quella del civismo; a livello locale sono nate molte liste civiche fatte da persone libere ed autonome che si caratterizzano per responsabilità ed impegno. Questo potrebbe essere un modello, un’esperienza da esportare a livello nazionale, per costringere la politica dei Partiti a parlare di cose concrete ed affrontare i veri problemi degli italiani. Quegli italiani hanno già vissuto la pagina del consociativismo e vorrebbero ora una politica in grado di presentare proposte precise e chiare di governo su cui chiedere ed ottenere il consenso elettorale.
Non se ne può più della politica contro qualcuno, come della politica degli annunci e della politica “prezzemolo” (presente nei talk show, nelle Banche e nelle sagre), serve una politica seria e capace di avvicinare la gente al governo del Paese. L’Italia può ripartire dalla base, dallo spontaneismo associativo e da una riforma dei Partiti, quanto mai necessaria. Altrimenti ai Partiti non resta che fare come Totò, ed andare in giro col megafono a gridare di votare per sé, sperando che qualcuno sia ancora disponibile a credere loro dopo tutte le promesse disattese.

Non posso iniziare questo ragionamento senza confessare di fare riferimento agli ultimi 20 anni di storia italiana, con qualche accenno anche alla prima Repubblica ed anche alla realtà Europea, un tempo in cui la politica ha mostrato il peggio di sé.

Parlo della politica conosciuta in situazioni di democrazia e libertà.

Lo stanno a dimostrare la forte sfiducia dell’opinione pubblica verso la politica ed il continuo disagio dei cittadini verso i politici, ai vari livelli, visti solo come dei privilegiati.

Ora, senza pensare che la politica la debbano fare i migliori, credo che sia giunto il momento di tornare (senza esitazioni) ad una politica alta che sa compiere le scelte giuste nell’interesse generale e sa offrire una vera speranza di futuro ai giovani.

Una politica che si torna ad occupare della “polis”, recuperando la propria mission che (almeno per me) non è strettamente governare ma fare leggi e compiere scelte che siano condivise dal maggior numero possibile di cittadini, così da continuare a garantire una comune identità e coesione sociale.

Recuperare la dimensione della polis, vuol dire anche tornare al locale, ad una dimensione a misura d’uomo che diventa necessaria in tempi di crisi, coniugando sobrietà e solidarietà col pensiero globale.

Una politica, non impastata nel potere, demandata ai rappresentanti del popolo che devono essere scelti con una modalità di votazione che rimetta nelle mani degli elettori l’individuazione del proprio rappresentante ed al contempo garantisca le pari opportunità tra tutti i concorrenti.

In questo senso ritengo che nessun membro di un esecutivo di governo, dovrebbe sedere nei banchi del rispettivo Consiglio (fatto salvo per il Presidente o Sindaco, che sia) considerato che l’organo consigliare deve avere compiti di indirizzo e di controllo e dunque non è corretto che l’operato di un Governo sia valutato da chi ne fa parte diretta.

Com’è facile pensare che un tale conflitto d’interessi leda la capacità di critica e di giudizio.

Ma oltre a questo c’è un’altra questione importante da tenere nella dovuta considerazione, quella di far sì che ogni cittadino possa, nella propria autonomia, organizzarsi democraticamente, come meglio crede, per partecipare liberamente alle varie elezioni che devono servire per dare voce a alla complessa realtà socio-culturale che viviamo e non possono essere ritenute importanti solo per fare un governo che comandi e resti in carica per qualche anno.

La realtà di questo mondo così veloce ai cambiamenti, così pieno di paure ed incertezze eppure mai così prodigo di opportunità, è davvero complessa, diversificata e spesso sfuggente.

Pensare che questa realtà possa essere rappresentata ai vari livelli da Partiti che hanno la stessa ricetta ideologica e programmatica, tanto in America latina, quanto in Europa od in Inghilterra quanto in Grecia ed infine tanto in Toscana come in Puglia, mi sembra francamente pretenzioso e direi assurdo
Vi sono ragioni sufficienti per ritenere che nessun gruppo di umani sulla terra, più o meno numeroso o potente che sia, possa contenere nella loro mente l’infinita vastità della realtà e possano di conseguenza essere dotati, non dico della verità assoluta ma di una indiscutibile capacità di operare sempre e comunque la scelta più giusta.

Questo dato fa balzare davanti agli occhi (in maniera eclatante) un grosso limite della politica attuale, quello di una classe dirigente molto presuntuosa rispetto alle proprie capacità, poco disponibile al confronto e dunque autoreferenziale, quando addirittura cooptata.

Ciò, per quanto conosco, era poco presente nella prima repubblica dove un deputato veniva eletto grazie alle preferenze ottenute e dove si viveva la politica come capacità di mediare tra gli interessi in gioco, mentre oggi tutto sembra legato al decisionismo ed a tutelare gli interessi di riferimento.

Il sistema maggioritario e magari uninominale, comunque ed ovunque lo si realizzi, porta con sé il limite di una competizione fatta per vincere e dunque il partito o lo schieramento che vince le elezioni, anche con un solo voto di differenza, si preoccupa solo, dopo i festeggiamenti di rito, di occupare il governo ed i suoi centri di potere.

Non ho mai visto qualcuno che, dopo aver vinto le elezioni, si sia posto una essenziale domanda di fondo: ora devo governare ma ho l’autorevolezza necessaria per farlo, un’autorevolezza positiva riconosciutami in virtù d’una vasta area di consensi ricevuti?

Nessuno se la pone perché nessuno raggiunge il 51% dei cittadini aventi diritto al voto ed in molti casi si è vincitori anche senza il 51% dei votanti.

I sondaggi di questi tempi parlano chiaro: più di un terzo degli italiani non andrà a votare, con gli indecisi si giunge ad una percentuale stratosferica del 50%, se aggiungiamo il quasi 20% di voti di protesta da identificare nelle intenzioni di voto per il Mov. 5 stelle abbiamo il riferimento generale dell’elevato livello di sfiducia verso la politica presente nel bel Paese.

Ebbene è proprio a questo dato (più del cinquanta per cento degli aventi diritto al voto) che un serio Partito dovrebbe guardare per ampliare i consensi ed allargare l’area della democrazia partecipata.

Invece i Partiti sono chiusi su stessi e pensano solo a confermare i consensi derivanti dalla mobilitazione degli iscritti e dalla gestione clientelare del potere locale, in una logica di sussistenza che spera ancora una volta di ottenere consensi con una propaganda demagogica e populistica o con la solita chiamata alle armi contro il nemico di turno che spinge a votare il meno peggio.

Ecco perché penso che sia finito, per i cittadini responsabili, il tempo del riconoscersi nei Partiti, almeno in quelli che stiamo conoscendo e vivendo.

I Partiti non sono più ideologici ed hanno perso la loro matrice identitaria ma non sono nemmeno cartelli elettorali tenuti insieme da un preciso programma, non sono strutture aperte dove si favorisce la partecipazione e la formazione visto che il legame con l’iscritto resta davvero troppo vincolante ed indispensabile ed infine non sono più nemmeno un luogo dove studiare e definire grandi riforme e progetti che possano cambiare la nostra società e ridare futuro al Paese.

I Partiti italiani, oggi, non sono più quelli del ‘900 europeo ma non sono nemmeno quelli della democrazia USA, sono purtroppo una casta di persone (spesso modeste) che sono preoccupati solo della gestione del potere nonché di continuarsi a garantire le poltrone senza più alcuna strategia di visione della società e di sviluppo dell’economia, con un procedere ad ondate sulla base di pulsioni emotive ed in ossequio a sentimenti populistici

Eppure in particolari momenti storici, come questo, ci sarebbe più che mai bisogno d’una politica che torni, al contrario di quanto fanno oggi i Partiti, ad entusiasmare, offrendo la visione di un Paese a piena democrazia: nel quale ogni attività istituzionale ed ogni potere pubblico viene condiviso da chiunque abbia i necessari requisiti e sia desideroso di mettersene al servizio.

Quali sono dunque i requisiti, si potrebbe domandare, per fare politica?

Direi, tutti quei requisiti di moralità e competenza che sono necessari per essere una persona “per bene”, una persona che, per prima cosa, ha un proprio lavoro, evitando così, di mettere in politica gente che non ha mai lavorato, solo per garantirgli uno stipendio.

Se il 50% degli italiani, me compreso, è dubbioso sull’andare a votare è per una ragione precisa: perché ogni leader e manifesto politico, a fronte di qualche proposta positiva, conterrà elementi negativi tali da cancellare ogni beneficio e poi perché ogni coalizione che si presenterà al voto, avrà al suo interno marcate contraddizioni che ne compromettono, sul nascere, la capacità di governo.

Partendo da questa considerazione sono invece convinto che gli italiani saprebbero innamorarsi di un progetto di buon governo della Res Publica.
Per il futuro serve un progetto civico per fare dell’Italia un Paese che non si ricopre più di alcuna bandiera politica ma in cui ogni cittadino responsabilmente può divenire parte attiva e concreta.

La delusione verso il sistema politico attuale, l’assoluta mancata di fiducia verso i politici in generale, non può però, far nascere il menefreghismo e l’ignavia, anzi la nostra tradizionale volontà e capacità di “fare” deve dar vita ad una richiesta di novità e di cambiamento, necessaria sia in campo politico ed istituzionale che in campo economico.

A voi, con tutta calma, la scelta decisiva per il prossimo futuro: propendere ancora per un partito di stampo tradizionale od astenervi dal voto, lasciando, così, in agonia la nostra Repubblica, oppure iniziare a dare forma e sostanza ad una alternativa concreta alla politica dei Partiti.

L’obbiettivo potrebbe essere quello di realizzare, subito, una Federazione di realtà civiche che dal livello comunale si proiettano a quello nazionale per regalare all’Italia una nuova speranza con una classe politica rinnovata, un settore pubblico funzionale ed un sistema politico più democratico.
Una Federazione che s’impegnerà a dare voce ad ognuno, senza avventurarsi a presentare alcuna specifica posizione politica (destra, sinistra, centro), senza pretendere di affermare alcun pensiero unico, ancorché dotato di giuste istanze e soprattutto senza sbandierare idee “manifesto” perché anche le migliori idee, poi, necessitano di numerosi distinguo ed hanno altrettante eccezioni.

In effetti uno degli errori tragici in cui è caduto il sistema politico dei partiti è proprio questo: basarsi su linee guida, se non proprio dei comandamenti, che devono essere firmati e più o meno rigidamente seguiti, pena essere esclusi dagli organigrammi di cui il Partito dispone.

Questa è una pratica che finisce regolarmente per uccidere il merito e la verità perché annichilisce la genuina sensibilità delle persone, lasciando invece imporre, in ogni Partito, una linea verticistica che si estrinseca attraverso il consenso “interessato” di quel mostro politico che è la massa firmataria.

Peraltro davanti a questi comportamenti, i cittadini assistono a situazioni, interne ed esterne, che sono in palese contraddizione con quanto viene rimproverato agli altri e sono assolutamente incoerenti con quanto viene sbandierato in documenti e manifesti vari, quali specchietti per

In conclusione penso che sia giunto il momento di superare gli attuali schemi politici, di andare al di là dei Partiti, di smettere di seguire i vecchi tromboni della politica, di dare tutto per scontato; dunque personalmente non credo più ai vecchi soggetti politici (di una parte o dell’altra) che hanno dato una pessima dimostrazione di sé, portando l’Italia nella attuale situazione di disastro.

Non corrisponde a verità l’idea che cancellando i Partiti si abiuri alla democrazia; si arriva alla dittatura quando si sopprimono i diritti delle persone (tra cui quello di associarsi).