Un articolo che vale la pena di leggere per riflettere.
La questione delle pensioni non è facile da affrontare ma va affrontata per giustizia. Giustizia fra le diverse generazioni; fra quelli oggi attivi e quelli passivi e fra quelli che diventeranno passivi e quelli che diventeranno attivi. Dato per condiviso e conclamato che si deve andare in pensione in base a quello che si è versato (e non relativamente agli stipendi percepiti) ci sono ancora alcune cose da fare. Primo, si deve andare in pensione ad una età ragionevole e diversa per categorie di lavoro ma si può andare in pensione anticipatamente (massimo, cinque anni prima) con penalizzazioni. Secondo, va introdotto un limite massimo di pensione (pubblica) da percepire, esempio massimo 4.000 Euro. Terzo, bisogna lasciare il lavoratore libero di scegliere se versare i contributi ad INPS od altro soggetto all’uopo autorizzato (lasciando in busta le attuali ritenute ma chiedendone a fine anno il riscontro dell’avvenuto versamento).
Quarto, i diritti acquisiti non sono tali e non devono essere tali davanti ad esigenze supreme e conclamate dello Stato e dei suoi bilanci (che hanno ripercussioni sulle nostre tasche).

I diritti acquisiti sono una costante del dibattito pensionistico e sul welfare e sono al centro del tema dell’equità tra le generazioni: come distribuire i costi sugli attivi per finanziare le pensioni dei non attivi?
È giunto il tempo di fare chiarezza, si deve definire l’ambito di questi diritti e il significato preciso di “acquisiti”. La relazione del Presidente dell’Inps, Tito Boeri presentata a Parlamento e Governo, è sicuramente un contributo utile in questa direzione.

Il patto tra le generazioni è un’invenzione dei giuristi e degli economisti, sicuramente dei governi. Nella realtà, nessuna generazione giovane ha mai firmato alcun patto. Questo è stato invece proposto da generazioni adulte o prossime alla pensione, che autonomamente hanno di volta in volta deciso cosa fosse “giusto” prendere – o dare – alle generazioni che sarebbero seguite. Possiamo solo contare sulla sensibilità delle varie classi dirigenti, per avere la speranza che i costi delle diverse decisioni sulle generazioni successive siano ridotti – l’ambiente, il debito pubblico, le pensioni. Ma in un sistema pensionistico a ripartizione, le generazioni sono, per definizione, legate tra loro, niente può esser dato per acquisito; il contratto sarà inevitabilmente riscritto più volte nel corso del tempo.

Dati gli sviluppi demografici e del mercato del lavoro, i diritti acquisiti nei sistemi pensionistici a ripartizione, adesso non esistono più, punto e basta! Gli unici diritti acquisiti che hanno basi certe sul piano economico e morale sono quelli legati ai versamenti effettuati e ai rendimenti maturati. Il Re di Francia era convinto di avere un diritto acquisito, divino, ma abbiamo visto che fine ha fatto la sua testa…. La storia dell’umanità testimonia movimenti che hanno ridefinito spesso e in tutte le direzioni, vari diritti acquisiti, istituzionali e civili – la schiavitù, il voto alle donne e così via. Tutto dipende dal sentimento di equità che pervade le diverse epoche storiche, dalla forza dei governi, dalla crescita del reddito. Ci si è dimenticati – volutamente? – che le pensioni a ripartizione sono legate indissolubilmente al mercato del lavoro, se questo cambia, dovranno cambiare inevitabilmente anche le prime. Sarebbe interessante sapere l’opinione della Corte Costituzionale al riguardo… Certo, una collettività può decidere di privilegiare i poveri e gli anziani rispetto agli attivi, ma ha l’obbligo di individuare le risorse per farlo.

L’idea di un prelievo sulle pensioni elevate con scarsa base contributiva, che Boeri ripropone, è sicuramente giusta sul piano dell’equità intergenerazionale, ma ha evidenti difficoltà di realizzazione – prima fra tutte, la ricostruzione delle storie contributive individuali e la considerazione delle numerose eccezioni ai regimi normali – oltre agli effetti politici negativi dati dal peso elettorale dei pensionati. Può essere pensata solo all’interno di un fondo di solidarietà tra pensionati, altrimenti avrebbe carattere esclusivo di un prelievo tributario e potrebbe essere ritenuta incostituzionale. Allo stesso tempo riteniamo, seguendo l’esempio inglese, che sia necessario creare una pensione di base finanziata dalla fiscalità, che offra una rete di protezione a chi non sia riuscito ad accumulare adeguatamente per varie ragioni. Certo, vanno definite le regole di copertura e ridotti i rischi di azzardo morale.

Nel corso degli ultimi 40 anni, i governi si sono ben guardati dallo spiegare il vero significato del sistema a ripartizione, dove gli attivi pagano le prestazioni dei non attivi. Poiché i contributi servono per pagare subito le prestazioni dello stesso anno, non c’è accumulazione reale, quindi per definizione nessun diritto acquisito! Il pregio dei sistemi a capitalizzazione è invece quello che l’accumulazione di risorse è reale. Ogni generazione paga una parte delle proprie pensioni direttamente e v’è un limite al trasferimento intergenerazionale.

Realizzare forme di flessibilità nelle uscite, cioè forme di pensione anticipata, al di là delle varie soluzioni tecniche, all’interno di un sistema contributivo, è sicuramente possibile, purché queste non scarichino debito pensionistico implicito sulle generazioni successive. I governi possono imporre imposte, contributi, costringere con la forza a pagare, ma c’è un limite economico e morale, oltre il quale i diritti acquisiti scompaiono. von Hayek negli anni Ottanta suggeriva di preoccuparsi dei diritti dei pensionati ma anche di quelli degli attivi che pagano: “forse è venuto il tempo di soffermarsi in modo adeguato e senza pregiudizi sull’etica di un sistema, in cui non è la maggioranza di chi paga a determinare cosa si debba dare ai pochi sfortunati, ma è la maggioranza di chi incassa a decidere quanto prendere a una minoranza più ricca”.

tratto da “crusoe”