Da anni capitano con frequenza conversazioni in cui gli interlocutori fanno sì con la testa preoccupati e desolati a proposito di questo tema: abbiamo ridotto quasi a zero la nostra capacità – di persone, di aziende, di istituzioni, di progetti – di darci obiettivi a lunga scadenza e percorsi lunghi abbastanza da permettere cambiamenti reali o risultati di qualità stabili. Quello che cerchiamo e a cui ci sentiamo costretti sono risultati immediati o in tempi strettissimi, a costo di accontentarci continuamente di risultati volatili e insignificanti, che andranno subito rimpiazzati da nuovi risultati volatili e insignificanti, in una rincorsa continua a stare a galla.

Ecco, è come stare a galla in mezzo al mare per chi non sa nuotare, e si dimena concitatamente stancandosi sempre di più, e a ogni bracciata gli sembra di farcela ma dopo ogni bracciata sente di dover ricominciare daccapo; e invece se rallenti, pensi, vedi la riva a mezzo chilometro e ti dici che se nuoti piano come ti avevano spiegato una volta e senza panico, probabilmente tra dieci minuti ti fai un ghiacciolo al bar della spiaggia.

Questo atteggiamento di rincorsa continua dell’uovo oggi invece che di progetto sulla gallina domani ha diverse spiegazioni: una è che le nostre società stanno enfatizzando sempre di più la competizione di ogni tipo, e ci sentiamo continuamente in dovere di affermare noi stessi o le nostre cose con piccoli ed effimeri “successi”, fossero anche dire un’ultima parola in una lite al semaforo o uno scambio su Twitter, oltre che render conto a un superiore o ottenere il consenso degli elettori; un’altra è che in tempi di crisi economiche mancano spesso le risorse per sostenere progetti che non restituiscano qualcosa immediatamente; un’altra è che l’accelerazione del cambiamento è tale che facciamo più fatica a immaginare percorsi a medio o lungo termine che non rischino di essere sovvertiti da variabili nuove.
Un’altra, nelle vite private o pubbliche, nella politica o nei progetti economici, nelle ricerche di serenità individuali, è che la dinamica del dissenso e della critica degli altri è diventata oppressiva oltre ogni limite precedente: e l’equilibrio proficuo tra consenso e dissenso è completamente saltato per le stesse ragioni di cui sopra.

Criticare, attaccare, denigrare, disilludere, sono le armi più gratuite e disponibili per ottenere miseri e passeggeri risultati di affermazione di sé: diminuire qualcosa, o qualcuno, categorizzarlo come fallimento o sconfitta, è la soluzione immobile e sbrigativa per aumentare se stessi, al confronto, senza fare niente. Anzi, apprezzare successi o risultati migliori dei nostri è spesso vissuto in questi tempi come umiliante e imbarazzante.

Questi meccanismi, benché meschini, ottengono però dei risultati reali e complicano ulteriormente le cose di cui sopra: non bastasse il resto, chi voglia costruire qualcosa poco a poco, o introdurre un cambiamento che possa funzionare e radicarsi, deve affrontare anche il lavoro di demolizione strumentale e pregiudiziale di buona parte del mondo intorno a lui. In una società come la nostra, poi, in cui la sconfitta è vissuta come la morte, definitiva: è il tema di cui molti parlano quando spiegano che i successi imprenditoriali – ma anche altri – sono possibili solo se ci si dispone con maggiore serenità alla quantità di temporanee sconfitte in cui ci si imbatterà, inevitabilmente. Invece siamo come squadre in trasferta sempre, coi tifosi che ti fischiano dal primo minuto. Mentre nuoti verso riva, con fatica, quelli dalla spiaggia ti guardano e scuotono la testa a braccia conserte, o indicandoti al vicino. Ripeto, devi essere una roccia tu, o deve aiutarti un po’ il contesto intorno.

Per i suoi primi quattro anni il Post – faccio l’esempio che conosco per non avventurarmi nei mille altri, ma è di certo un esempio dei più piccoli, e che ha avuto e ha tifosi affezionati ed essenziali – ha perso soldi, come molte startup: ha avuto la fortuna di avere investitori pazienti e che ci credevano, che lo hanno aiutato nelle prime prevedibili difficoltà, e adesso non li perde più e può fare nuovi progetti e di nuovo eccetera. Ma per tutti quei quattro anni c’è stato chi, tra i commentatori e gli osservatori di questo piccolo mondo di imprese digitali nuove, ha ritenuto di darlo per spacciato a ogni budget, enfatizzando strumentalmente e continuamente le voci ancora da sistemare. E facendolo pubblicamente, in questo piccolo mondo, in modi che hanno reso diffidenti potenziali inserzionisti e potenziali lettori, e a volte – quando eravamo più ingenui e sensibili – demotivando anche noi.

Ma è solo un esempio che so, ripeto. Ci sono tante altre persone, in giro, che possono raccontare gli esempi loro di come le cose da dentro siano più complicate, di come i successi e i cambiamenti si costruiscano, e di come spesso a impedirli sia questo clima ansiogeno e supponente che avendo poca esperienza di progetti complessi si compiace di demolirli sul nascere, quando spesso sono proprio i fallimenti e le inadeguatezze dei primi tempi a rendere un progetto migliore nel tempo debito. “Datemi il tempo di sbagliare”, ha detto saggiamente qualcuno.

Con l’aria che tira, ci vogliono le spalle larghe – da parte di chi costruisce i progetti e di chi li finanzia, o di chi li vota – e una tenace attitudine a non mollare, per fare delle cose che poi diventeranno solide, magari persino dei successi, e i demolitori di un tempo staranno intanto provando a demolire qualcos’altro. O magari a costruire, infine, e staranno capendo come funziona.

Tratto da “il post”

Scritto da Luca Soffri