Sinceramente mi pesa parlare male dei Partiti, in quanto la nostra Costituzione li legittima come i soggetti idonei a : “concorrere a determinare la politica nazionale”, ma è pur vero che in virtù di questo testo definirli come gli unici soggetti legittimati a far politica mi sembra troppo. A tal fine si valuti anche, la collocazione dell’articolato che riguarda i Partiti (art 49 CC) nella parte relativa ai diritti dei cittadini e non in quella relativa all’organizzazione istituzionale dello Stato, fatto questo che la dice lunga sull’intenzione, fin d’allora, di non riconoscere ai Partiti il ruolo centrale di decisori esclusivi della politica. Per altro il fenomeno politico-istituzionale di questi anni, che è stato efficacemente definito della “partitocrazia senza partiti”, è caratterizzato per la presenza di un sistema di apparati partitocratici, non più di tipo organizzativo ed ideologico come lo erano i partiti di prima, ma piuttosto macchine personali al servizio di questo o quel leader politico per la gestione del potere. Questa cattiva politica “autocratica” ha generato livelli altissimi di sfiducia in considerazione delle pessime prove date dalla politica nei vari Governi che si sono succeduti e nei vari scandali che sono esplosi. Così, questo fiorire di Liste Civiche, libera espressione popolare e primavera d’un ritrovato senso civico (che lascia ben sperare), non è il segno dell’ antipolitica o l’ espressione di un mero antagonismo, sono bensì la voce di tante persone che, andando oltre i Partiti, hanno voglia di dedicarsi alla politica. I partiti sono la casta, mentre i candidati nelle varie Liste Civiche sono persone che senza aspettative particolari vogliono concorrere a determinare le scelte più giuste per la realtà che intendono rappresentare. Così il quadro attuale dei Partiti è da “fine dell’Impero”; il PdL è crollato, la Lega sputtanata, l’IdV si sta dividendo, l’UdC non cresce, il PD tiene tra cento contraddizioni (forse proprio grazie alle contraddizioni), SEL resterà sempre un piccolo partito radicale di sinistra, perché nessuno di loro è indenne da colpe e responsabilità (più o meno grandi) rispetto al passato. Serve un cambiamento Istituzionale ed elettorale per ripartire con una nuova e migliore politica per il Paese. Attenzione, però, ciò sarà possibile solo se, come cittadini, sapremo davvero dare un segnale forte di cambiamento e di rinnovamento, d’ora in avanti è il tempo delle nuove idee e delle nuove persone, cioè delle novità positive. I Partiti, sono partiti, cioè attualmente sono fuori dalla realtà e sono fuori gioco nella ricostruzione di una nuova Italia.
Per concludere, penso che potrei tornare ad iscrivermi ed occuparmi di un Partito, solo quando si sarà approvato una modifica Costituzionale che riformi l’art 49 CC, come aveva previsto la Commissione Bicamerale per le “riforme costituzionali”, del 1983, presieduta dal sen. Aldo Bozzi, così formulato: «Tutti i cittadini hanno diritto ad associarsi liberamente in partiti per concorrere con strutture e metodi democratici, a determinare la politica nazionale. La legge disciplina il finanziamento dei partiti, con riguardo alle loro organizzazioni centrali e periferiche e prevede le procedure atte ad assicurare la trasparenza ed il pubblico controllo del loro stato patrimoniale e delle loro fonti di finanziamento. La legge detta altresì disposizioni dirette a garantire la partecipazione degli iscritti a tutte le fasi di formazione della volontà politica dei partiti, compresa la designazione dei candidati alle elezioni, il rispetto delle norme statutarie, la tutela delle minoranze». Non se ne può più, difatti, di oligarchie che, una volta insediatesi alla guida dei vari Partiti, non mollano mai e cooptano gli amici al fine di mantenersi il potere. Proprio per questo mi rivolgo a chi mi legge, con rispetto, per esortarlo a non aver paura nel lasciare la strada vecchia per la nuova; la vecchia non porta più da nessuna parte.

Non vorrei sparare sulla Croce Rossa, visto che sto per parlare del PD, credo però che sia giusto farlo proprio ora considerato che Bersani ha dimostrato un rinnovato atteggiamento di proposta in merito ad una inderogabile necessità di cambiamento della politica ed ha, perfino, saputo trovare il coraggio di lanciare la sfida delle primarie per la leadership del nuovo schieramento elettorale che dovrà affrontare le elezioni della prossima primavera. Già, il prossimo anno ci saranno le elezioni politiche ed il PD dovrà saper fare da catalizzatore di una alternativa credibile e non ideologica, al governo delle destre ed anche a quello dei tecnici. Dirò subito che mi trovo ancora nella condizione di “sospeso” del PD (decisione assunta dal PD di MS) ma la cosa non mi pesa minimamente e per il futuro non ho intenzione di rientrare bensì, come ben sapete, di continuare una battaglia politica all’interno di liste civiche e dei valori del civismo. Ho voluto precisarlo per non far equivocare le intenzioni di questo articolo che mira solo a svolgere una riflessione (senza risentimenti) verso il PD, il suo status, il suo modo d’essere ed il suo futuro. Un futuro da cui può dipendere il nostro come cittadini italiani e come cittadini di MS, dunque un futuro che vale la pena di comprendere per provare ad apportare correzioni e modificarlo nella direzione più opportuna al fine di avere una migliore politica più attenta ai territori ed alle persone. La costruzione del Partito Democratico, un partito di centrosinistra, di stampo sociale e riformista non è assolutamente riuscita ed ancora oggi ci troviamo nell’impasse di definire cosa sia il PD. Il PD doveva aiutare il Paese a superare le logiche politiche della Prima Repubblica e le sue storture tra cui la frammentazione partitica e la poca governabilità, diventando un partito di “sintesi” dunque a vocazione maggioritaria, in considerazione, anche, del sistema elettorale in vigore ma dopo il 2008 abbiamo assistito ad un Partito, troppo poco dialogante con la società, che non sapeva dare credibilità ad una proposta alternativa al fallimento dell’esperienza Berlusconiana e non ha saputo dare una risposta adeguata ai problemi del Paese legati alla grave crisi che viviamo. Certo, in alcune occasioni il PD, specie sul territorio, ha saputo valorizzare idee e risorse nuove ma, purtroppo, complessivamente a nulla sono le servite le varie primarie, anzi sono stati momenti di tensione e di cocenti delusioni per i vertici locali e nazionali. A nulla sono valse le parole illuminanti di Cacciari e Dellai (tanto per citarne due) che cercavano di far comprendere come il PD stesse perdendo (più che consensi, grazie ad elettori fortemente ideologizzati) una vera capacità d’attrazione elettorale. Ciò, sia per una sfiducia generale verso la politica, a cui il PD non ha saputo sottrarsi e sia per una poca capacità di fare aggregazione a livello locale su valori e programmi condivisi, a causa di una gestione troppo oligarchica e verticistica. Per questo penso che il PD, per darsi un futuro che non guardi solo al 2013 ma sappia andare oltre, debba necessariamente avviare un radicale cambiamento sia negli uomini, che nelle regole interne che infine nelle alleanza politiche. La mia analisi da uomo della strada e da (ex) militante è che il Partito ha due anime, la prima, (la più importante) è fatta dalla base e poi la seconda che è formata dai vertici ai vari livelli (cittadino, provinciale, regionale e nazionale) ma ha anche due problemi, il primo, si chiama identità ed il secondo si chiama rinnovamento. La prima anima è “nobile” nella generalità, con ideali, convinzioni radicate (obsolete o no, ma in buona fede), che vede il progressismo ed il riformismo come un’esigenza ineluttabile per affrontare i tempi attuali e futuri. La seconda anima, in genere, è molto burocratica, correntista, più basata sulla fedeltà e la frequentazione di un “qualche capo” che assicuri il mantenimento delle cose e che in qualche modo sbarra l’entrata del nuovo (non solo dei giovani). Una situazione dove il merito è castrato dall’appartenenza ed alla fedeltà a qualcuno. Così il Partito molto spesso è fatto da tuttologi, incompetenti in molti settori che vengono, però, responsabilizzati secondo “il principio di Peter”. Il primo problema è l’identità da definire e da condividere; tra gli iscritti e gli elettori del PD non esiste una “comune” visione valoriale e non esiste una condivisa piattaforma culturale, ci si sente, infatti, accomunati solo dalla Carta Costituzionale (i suoi cardini : libertà, democrazia e lavoro) e da una spiccata sensibilità per il sociale ma su temi etici e sulle riforme delle Istituzioni le divisioni sono forti e tutto ciò non sfugge all’opinione pubblica, minando l’autorevolezza del Partito. Il secondo problema è quello del rinnovamento nelle persone e nelle idee; ogni occasione persa per avviare il rinnovamento del PD equivale a perdere quote di consenso da parte di quegli elettori che sono consapevoli di come non potrà mai cambiare la musica se non cambiano i suonatori. Il PD del futuro guardi ai giovani, costoro non hanno come visione possibile il grillismo, ma pretendono una visione di un Partito che si apra e mandi a casa tutti quelli che lo bloccano da anni e da sempre, un Partito che faccia delle proposte a tutto tondo in campo economico, industriale, fiscale, del lavoro, della prossimità, della giustizia e della scuola per una nuova società sostenibile. La reazione attuale, quella del voto di protesta verso liste civiche non è a favore di un movimento ma al fenomeno che ha reso possibile riflettere come si possa fare politica, dalla base, con principi precisi ed argomenti validi per la gente comune. In questo senso la debolezza della dirigenza PD è mostrata apertamente dalla decisione del PD romano di emettere un bando per coinvolgere una massa di “volontari” che dovrebbero andare casa per casa a motivare e spiegare ciò che il PD sta facendo. Sarebbero degli informatori politici (con obiettivi da MinCulPop.) che certamente irriterebbero più che aiutare i cittadini a farsi un’idea nuova e migliore del Partito. Così mentre a livello nazionale ne vediamo di tutti i colori …… (si pensi a Lusi) a livello locale forse è anche peggio come testimoniano il PD di Zeri (sparito alle elezioni dopo aver votato Pedrini), il PD di Pontremoli che non si decide a cambiare gli organi direttivi (per trovare il segretario bisogna rivolgersi a “chi l’ha visto”), il PD di MS con i suoi vertici arroccati sulle poltrone di Enti e Società che generano solo perdite (pagate dai cittadini/contribuenti) od infine il PD di PR che dopo aver candidato Bernazzoli (il presidente della Provincia) a Sindaco di Parma accetta senza obbiezione alcuna che si dimetta da consigliere comunale, dimostrando così, che bene hanno fatto i cittadini a non dargli fiducia. Questi sono gli esempi per cui la gente spera che qualcosa cambi, ma non vedendolo, si aggrappa a novità che almeno in parte danno aria al sistema, senza troppo pensare sulle prospettive ma dando un voto per protesta che vuole penalizzare “i soliti”. Se il PD, anziché definire una piattaforma condivisa con idee lungimiranti e precisi valori di riferimento , pensa di risolvere i propri problemi di tenuta e di rapporto con iscritti e simpatizzanti grazie ad un vago assemblearismo e ad una partecipazione fittizia alle scelte dei candidati, mi pare proprio che dimostri di non aver capito nulla e sicuramente sarà penalizzato. Oggi serve un Partito aperto, inclusivo ed inattaccabile con regole precise su tutto quello che riguarda gli incarichi. Serve costruire, ad ogni livello istituzionale, un programma concreto di governo dia esatto conto della capacità del partito di affrontare e risolvere i problemi che le persone vivono nella quotidianità, dal lavoro che manca al costo della vita che aumenta, dai servizi pubblici carenti e spesso inefficienti ad una scuola sempre meno capace di formare cittadini preparati Mi domando che senso ha stare, ancora, in un Partito che è poco dissimile dagli altri nei comportamenti (come nella spartizione degli incarichi), che non seleziona la propria classe dirigente per merito e rappresentanza, che si dota di regole spesso disattese (ad esempio sul limite dei mandati), che si rifugia nel voto di coscienza rispetto a problemi etici ed infine che perde ancora tempo a definirsi a socialdemocratico? Sinceramente auguro buona fortuna a chi vuole lavorare per una prospettiva di cambiamento del PD (come vuole fare Matteo Renzi, Buffoni e Lorenzelli), ma ritengo che la cosa non faccia più per me, per una visione partitica che non mi appartiene ma anche per una indefinita identità culturale e valoriale, che confligge con la mia vocazione liberaldemocratica che, ormai, non trova più casa nel PD (purtroppo), come sembra confermare la tracciata prospettiva progressista. In questa fase storica, senza voler per forza buttare a mare i Partiti, penso sia più giusto fare politica nei movimenti e nelle liste civiche, nati per stare più vicini alle comunità locali e per fare innovazione destabilizzando un sistema partitico che ci ha regalato una casta insopportabile. Liste civiche che sono fatte di partecipazione ed entusiasmo e guardano al locale pensando globale.