Per presentare questa mia nuova riflessione sul PD, riporto un commento tratto da “polisblog” che mi sembra anticipi bene il contenuto del mio pezzo che è rivolto, ancora, alla speranza di avere un nuovo e migliore PD.
“Nel gioco dell’oca partito il 25 febbraio, adesso – a meno di miracoli dell’ultima ora – si torna alla casella di partenza, ma con Bersani bollito (dopo il fallimento della ricerca del lasciapassare dei grillini) e con il PD privato dell’onore e dell’onere della prima mossa.
Non è cosa da poco, perché così non sarà un governo targato PD a riportare il Paese di nuovo alle urne.
Perché al voto si dovrà tornare: o subito, o dopo il passaggio di un “governo di scopo” “imposto” da Giorgio Napolitano per fare la nuova legge elettorale (doppio turno?), nuove norme per un po’ di ossigeno alla ripresa economica, per riposizionarci in Europa.
A quel punto il Colle ha solo una carta: l’intesa PD-PdL-Centro di Monti, con fuori il M5S. Il rischio di portare nuova acqua al mulino di Grillo c’è, ma altra via non esiste.
A rischiare per primo è il PD, costretto ad abbandonare la bandiera dell’antiberlusconismo, vero cemento unitario e identitario del partito, per avventurarsi in alto mare, con una strategia diversa (non più partito della legalità e del lavoro nello steccato tradizionale della sinistra ma partito della ripresa, dello sviluppo e delle riforme capace di brucare l’erba in campi vicini e lontani nel centro e a destra) e un nuovo leader (Renzi?). Insomma, il Pd è chiamato a saltare il fosso, per mutare apparenza e sostanza, contenitore e contenuti.
Una sfida impossibile?”.
commento tratto da “polisblog”

Penso che davvero questo sia il momento giusto per fare il PD! Il PD che ancora non c’è!
Fino ad ora il PD non è mai stato il Partito che avrei (avremo) voluto fosse, è stato solo la continuazione della storia (pur importante ma parziale) del PDS.
E’ stato un Partito della sinistra, magari più temperato di prima, ma pur sempre di sinistra.
Infatti il PD non è mai stato quel nuovo Partito di centrosinistra in cui avevamo sperato, lo stanno a dimostrare la classe dirigente, le idee politico/programmatiche e l’adesione Europea al PSE.
Dalla scelta dei due Partiti (DS e MARGHERITA) di fondersi in uno nuovo, doveva nascere un soggetto diverso (dai due precedenti) e non una sommatoria mal riuscita dei vertici ai vari livelli.
Il PD attuale è invece un risultato anomalo, una contraddizione tra il vorrei ma non posso, che non ha una piattaforma di valori condivisa (perché ciò comporta rinunce e passi in avanti tra le due culture originarie) e per questo non riesce (quasi mai) a fare sintesi.
Attenzione alcune cose positive come le primarie sono state fatte per dare soddisfazione ad una nuova voglia di partecipazione da parte dei cittadini, ma poi queste primarie restano condizionate pesantemente da fattori interni al Partito stesso e rischiano di diventare specchietto per le allodole.
Ma anche le cose fatte, visto il risultato elettorale, non sono sufficienti per riavere la fiducia della gente, serve fare di più ma non inseguendo ill metodo Grillo, piuttosto dimostrando concretamente che una forma Partito moderna e meno ideologica può ritornare alla buona politica.
D’altronde l’esito delle elezioni è tale da farci ritenere che il PD non riesce più a farsi capire dagli elettori, però ciò non è colpa della gente ma dei dirigenti che non sono stati ascoltati e percepiti.
Domandiamoci il perché e vedrete che la conseguenza inevitabile, sarà quella d’individuare, come la più giusta, la strada perseguita da tanti bravi amministratori locali del PD, che vincono le elezioni non per fattori ideologici ma per una capacità concreta nel risolvere i problemi dei cittadini.

Si badi bene, intendo svolgere, oggi, questo ragionamento, non perché penso che questo sia il momento giusto visto l’insuccesso di Bersani alle elezioni e poi nella formazione del Governo, ma in quanto siamo davanti ad un risultato clamoroso di Grillo ed il suo Mov5S che prospettano un nuovo scenario negli assetti politici nazionali. Lo prospettano alla luce del no a Bersani!
Certo, Bersani ha perso, purtroppo, le elezioni e dire che le aveva vinte senza avere la maggioranza è stato un chiaro tentativo di circonvenzione d’incapace, nel senso che si è abusato della passione degli elettori PD e del bisogno di un Governo per il Paese, per formulare una proposta maldestra che se accettata avrebbe consegnato l’Italia alle bizze di un Movimento nato solo per criticare, controllare e spingere in avanti i lavori parlamentari. Con questo non sottovaluto, affatto, il ruolo utile che può aver il Mov5S nella politica italiana, ma mi domando come si può ritenere partner credibile per il Governo del Paese, chi dichiara di voler uscire dall’Euro e dunque dall’Europa? Sarebbe come dire che si vuole rifare il referendum tra Repubblica e Monarchia.
Allora il vero motivo dello sforzo fatto da Bersani è da rintracciare nella voglia di mettere con le spalle al muro il Mov5S, rendendo chiaro a tutti che Grillo ed il suo movimento non hanno alcuna, vera, preoccupazione verso le condizioni drammatiche del Paese, nonostante i vari appelli.
Così francamente, bisogna riconoscere che con il suo tentativo patetico, Bersani almeno un risultato lo ha ottenuto : è quello di rendere evidente il fatto che il Movimento di Grillo è semplicemente ed irrinunciabilmente alternativo a tutti e la corresponsabilità non intende assumersela.
Ma la “venuta” di Grillo ha il pregio di aver fatto chiarezza in un sistema politico bloccato attorno ad un bipolarismo malato (in quanto caratterizzato dall’ essere “contro”), in quanto lui è contro tutti e dunque spariglia l’idea che il male fosse solo uno, cioè l’altro.
Oggi Grillo mette sullo stesso piano PD e PdL , SEL e Scelta Civica, senza andare per il sottile ma anche con grande chiarezza e soprattutto costringendo gli altri a riposizionarsi.
Il problema non sono le tre minoranze uscite dalle urne, frutto di un voto democratico ma il fatto che nessuno in base al programma ed alle persone che ha presentato, nel confronto con le altre forze politiche, è stato in grado di convincere gli italiani in misura maggioritaria.
Gli italiani non sopportano più questo sistema partitocratico ed hanno bisogno di tornare a scegliere direttamente i propri rappresentanti, anche per responsabilizzarli di più.
Quindi oggi il PD, per il futuro, deve scegliere il da farsi ma la scelta è assai difficile per un Partito così pieno di contraddizioni, di spallate ed emotivamente fragile per l’insuccesso collezionato.
Fino ad oggi il PD è nato e si è organizzato, attorno ad un modello elettorale strampalato e contro un personaggio politico miliardario con poca moralità ed onestà, con l’unico obbiettivo di vincere le elezioni (comprensibile) senza però ricostruire, davvero, il rapporto con una società civile che, mentre la politica si caratterizzava per scandali e privilegi, si trovava a fare i conti con la crisi.
Cioè il PD pensava di dover essere votato come unica alternativa possibile (possibile ma non credibile) a Berlusconi, senza comprendere le lezioni di Milano, Napoli, Genova, Cagliari e Firenze.
D’altronde ancora in questa campagna elettorale 2013 il PD, dando sfoggio di una chiara protervia, ha adoperato lo slogan : “L’Italia giusta”. Visto il risultato l’autocritica sarebbe d’obbligo.
Ed invece nelle varie direzioni nazionali che si sono succedute, dopo il voto, una vera autocritica non c’è mai stata ed una vera riflessione sugli esiti del voto è mancata, al di là delle assenze di Renzi dimostrando una mancanza di lucidità e generosità. Non dico che Bersani avrebbe dovuto dimettersi ma certo un atteggiamento più disponibile sull’indicazione di un Premier diverso da se stesso sarebbe stato auspicabile ed avrebbe aiutato.
In questo senso la prima cosa che il PD deve fare per il futuro, è quella di abbandonare una certa idea di superiorità (culturale, morale ed identitaria), che rende snob e autoreferenziali i suoi vertici facendoli apparire antipatici ed allontanando la partecipazione democratica dei cittadini.
Il PD è ad un bivio; il bivio tra il tentativo di sopravvivere a se stesso, nelle forme e nei contenuti visti fino ad ora e il lancio di una vera sfida innovativa, la voglia crescere, di osare, di diventare finalmente quel contenitore di idee e di persone, quel partito di centrosinistra, riformista e popolare che in tanti abbiamo auspicato e di cui sia la politica che il Paese hanno bisogno.
Per rimettersi in sintonia col Paese non è necessario essere populisti e demagogici, dire che niente va bene, occorre semplicemente mantenere le parole date, fare oggi le cose che vanno fatte, programmare il futuro e saper rinunciare a qualche vantaggio nell’interesse generale.
Il PD che si àncora alle alleanze a sinistra (ma anche al centro) è destinato a finire, mentre il PD che pensa in grande e guarda alla società civile, andando oltre gli steccati (logori e superati) della destra e della sinistra, ha un futuro come Partito di riferimento di una allargata porzione dell’elettorato italiano che lo potrebbe portare ad essere il vero Partito pluralista della Nazione, in una logica condivisa di alternanza al governo del Paese.
Diciamolo più chiaro, il PD non deve pensare di esaurire il proprio compito nell’organizzazione del campo dei progressisti, bensì devi sentirsi impegnato nel diventare il riferimento di una ampia rappresentanza plurale, più vasta del tradizionale elettorato di sinistra, esattamente com’era nello spirito del Lingotto 2007, quando Veltroni “voleva il PD, Partito a vocazione maggioritaria”.
La presenza, oggi, di un soggetto politico come il Mov5S, ci può aiutare in questa direzione.
Considerato che il Mov5S, pur tra molte incoerenze e differenze, si colloca come interlocutore per un elettorato radicale e/o antagonista di sinistra, serve prenderne atto ed evitare di far nascere nel PD la consueta preoccupazione di non avere avversari a sinistra, blandendolo per coinvolgerlo in una prospettiva di governo, irragionevole.
Piuttosto tutto ciò, deve farci prendere atto della necessità di parlare a tutto campo, facendo scelte concrete e proposte innovative che sappiano convincere gli elettori.
Attenzione non sto parlando di un Partito disponibile a fare le larghe intese ad ogni turno elettorale che non vince, dunque niente “inciuci”, sto parlando di un Partito capace di essere attraente per le persone ed i programmi che propone, in grado di dare rappresentanza ad elettori diversi tra loro, al di là dell’appartenenza partitica.
Se ad esempio a Pontremoli, il PD non si preoccupa di aprire un nuovo corso “inclusivo”, fatto di occasioni di confronto e di approfondimento con tutti, sulle questioni essenziali per la nostra realtà locale, è destinato a rimanere minoranza ed a recitare un ruolo insignificante nello scacchiere della politica che conta, senza così dare prospettive di sviluppo al nostro territorio.
Dunque al prossimo congresso il PD dovrà rinunciare a fare una battaglia di posizione; sulle prospettive legate alle elezioni, sul confronto fra il candidato espressione del vertice e quello espressione della base od infine sul grado di nuovismo da applicare alle rappresentanze elette, dovrà pensare piuttosto a costruire un Partito federalista, una classe dirigente frutto della selezione popolare e non di cooptazioni, un Partito sobrio perché fare politica è servizio, un Partito aperto e plurale senza capicorrente e senza tesseramenti vincolanti, un Partito con regole certe che vincola a non fare più di due mandati ed a non ricoprire doppi incarichi.
Per il futuro ci vuole, dunque, un Partito Democratico Riformista che la smetta di chiudersi attorno agli iscritti ed ai vertici nazionali, che la smetta di essere ossesionato dalla voglia di parlare ai propri elettori tradizionali, che la smetta con il collateralismo, che assuma, infine, l’agenda Europea come priorità assoluta e decisiva per i futuro del Paese.

Oggi e credo ancora per una volta, se vogliamo bene alla politica, siamo chiamati a rimettere in moto quell’idea di riformismo che serve a cambiare il Paese, così come siamo chiamati a mettere in pratica quei valori di ascolto, di partecipazione, di sobrietà, di concertazione, di merito e di solidarietà che da sempre appartengono agli elettori del centrosinistra ma che, onestamente, il PD non è ancora riuscito a realizzare.
E proprio per questo al PD occorre una ripartenza; una ripartenza per un miglioramento e non solo per un cambiamento.
Una ripartenza nel segno di una credibile novità che solo Matteo Renzi può interpretare senza accusa di trasformismo e con comprovata capacità, senza cedere ad avventure strumentali come è avvenuto con gli ultimi cooptati e senza disperdere importanti contributi che possono arrivare da esperienze e competenze presenti nel Partito.