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-Il Vice Presidente del Csm in campo: “i pm applichino i codici e stiano più attenti a valutare le accuse”-

 

Caso Marino, intervista a Legnini. Per il vicepresidente del Csm anche le assoluzioni dimostrano che il processo funziona. “I partiti però allontanino i responsabili di fatti riprovevoli accertati”.

“Più rigore dei partiti, che devono fare pulizia in casa propria. Ma i pm applichino il codice accertando anche fatti e circostante a favore delle persone indagate”. Così il vice presidente del Csm Giovanni Legnini affronta, con Repubblica, la partita delle assoluzioni dei politici, da ultimo Marino e Cota.

Che impressione le hanno fatto queste notizie?

Una premessa. Non parlo del merito dei processi, né delle persone interessate…

Già parte in difesa?

Nient’affatto. Il mio ruolo mi consiglia, e non da oggi, di non farlo. Tanto più quando si parla di persone di cui sono amico.

Si riferisce a Marino?

Lo sta dicendo lei.

Anche senza far nomi, il caso esiste. Inchieste e processi con protagonisti politici che interrompono una carriera, ma poi finiscono con un’assoluzione. I magistrati sbagliano?

Innanzitutto è giusto sottolineare l’aspetto positivo di queste vicende: c’è sempre un giudice che, nel contraddittorio delle parti, accerta la verità giudiziaria ed emana una sentenza di condanna o di assoluzione. E quando c’è un’assoluzione non necessariamente il pm ha sbagliato. Ritengo solo che i pm dovrebbero effettuare di più e meglio, già in fase di conclusione delle indagini, un giudizio prognostico più rigoroso sull’esito del procedimento.

E che cosa sarebbe il “giudizio prognostico”?

Significa porsi il problema dell’effettiva sostenibilità delle accuse in dibattimento. Esiste ad esempio una precisa disposizione di legge – l’articolo 358 del codice di procedura penale – nel quale è scritto che il pm deve svolgere anche accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini. Il che costituisce un giusto corollario all’obbligatorietà dell’azione penale. Mi piacerebbe che ogni pm potesse dire a se stesso, innanzitutto, di aver sempre applicato questa norma del codice.

Lei ha l’impressione che i pm che indagano sui politici siano pregiudizialmente prevenuti contro di loro? Della serie: chi fa politica è comunque un potenziale corrotto?

I politici rappresentano le istituzioni e quindi devono essere sottoposti al controllo di legalità come e più dei normali cittadini. Sono certo che la stragrande maggioranza dei pm non è animata da pregiudizi di alcun genere ed esercita le sue funzioni solo per accertare la verità. Il che non esclude che a volte non si verifichino anomalie ed eccessi nelle indagini. Piuttosto penso che la politica e la magistratura debbano recuperare il senso costituzionale delle rispettive autonomie. In fondo basterebbe che ciascuno s’impegnasse a fondo per applicare alcuni principi cardine della nostra Carta, obbligatorietà dell’azione penale certo, ma anche presunzione di innocenza, nonché obbligo di esercitare le funzioni pubbliche con disciplina e onore.

Ma ha sentito cosa dice il Guardasigilli Orlando? Dice che la giustizia è usata spesso per la lotta politica. Lo vede anche lei?

Lei, seppure legittimamente, mi vuole trascinare nell’agone politico, ma io oggi rappresento un organo di rilevanza costituzionale che ha la finalità di garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, nell’interesse dei cittadini e del corretto esercizio della giurisdizione. Mi auguro solo che queste assoluzioni, e anche altre del passato, aiutino a produrre una vera e propria svolta culturale, prim’ancora che normativa. È necessario un cambiamento profondo nella costituzione materiale del nostro Paese recuperando la forza antica ma sempre attualissima della separazione dei poteri.

Ma non è che una politica debole utilizza le inchieste della magistratura, anticipando i verdetti, per regolare i conti interni di un partito?

È proprio quando ciò accade che la politica si mostra debole. Ciò che serve invece, se si vuole riaffermare la reciproca autonomia, è che la politica decida con rigore, in casa propria e con le proprie regole, chi e quando allontanare, perché responsabile di fatti riprovevoli già accertati. E ciò prescindendo dall’andamento delle indagini penali che appunto possono avere un fisiologico esito di assoluzione.

Lei dice così, ma sono anni che ci si barcamena sulle conseguenze di un avviso di garanzia e perfino sull’applicazione della legge Severino, a cui i politici chiaramente resistono anche se lì c’è una condanna.

Le ipotesi di decadenza della Severino sono chiare e vanno rispettate, pur in presenza di scelte a volte non condivisibili del legislatore, come nel caso di condanne solo in primo grado per l’abuso di ufficio. Quanto al resto ho già risposto: non è sufficiente un avviso di garanzia per provocare dimissioni, ma occorre una valutazione sulla gravità dei fatti già accertati che i partiti devono fare con rigore ma evitando affrettate conclusioni spesso indotte da ricostruzioni e campagne giornalistiche.

Non mi dirà adesso che è tutta colpa della stampa…

Non mi iscrivo tra i fustigatori dei media, se un giornalista ha una notizia è normale che la pubblichi. E anche vero però che il cortocircuito giustizia-politica-informazione, da molti denunciato, si è verificato con troppa frequenza. Bisogna superarlo, garantendo una corretta comunicazione delle indagini, che spetta ai capi delle procure assicurare, e, se mi permette, una dose aggiuntiva di rispetto delle regole deontologiche proprie dei giornalisti

Che fa? Ci accusa di essere scorretti?

No. Ma lo scandalismo e l’utilizzo strumentale e a fini politici di notizie o atti di indagine coperti dal segreto non è annoverabile tra i canoni della corretta informazione.

Tratto da “Repubblica”

Scritto da Liana Milella