Le vicende a seguito dei fatti tragici di Parigi, il pericolo costante e gravissimo del terrorismo islamista, le furbizie di qualche Stato che specula sul petrolio in possesso del Califfato e la continua instabilità del medio oriente, stanno rendendo sempre più fragile ed insicuro il nostro mondo.
Propongo un articolo interessante, tratto da “linkiesta” per provare a capire di più sulla complessa realtà dell’Isis e sulle ragioni ed i modi per batterlo.
Battere l’Isis è certamente necessario e questo deve essere un fatto chiaro a tutti e prioritario, ma attenzione alle semplificazioni del tipo : andiamo a bombardarli e li facciamo fuori tutti. Serve un’operazione di medio periodo in cui ci può stare anche l’azione militare (fatta dall’ONU) ma soprattutto bisogna lavorare sulla crescita culturale ed economica delle popolazioni mediorientali per affrancarle da bisogni e da fanatismi religiosi ormai antistorici.
L’Europa deve giocare un ruolo importante in questa direzione essendo ai confini di quella realtà senza alcuna mira espansionistica che invece sembra avere la Russia di Putin. Io continuo a pensare che si uccide per ignoranza!

Sono passate più di due settimane dagli attentati di Parigi e la montagna del dolore per la ferita al cuore dell’Europa, ha partorito un topolino.
Nei suoi numerosi incontri diplomatici il presidente francese François Hollande ha raccolto tante parole di solidarietà ma pochi risultati concreti.
Al di là di qualche blanda iniziativa di supporto da parte di Germania e Inghilterra – molto lontane dal risultare decisive – in Europa nessuno sembra intenzionato a scatenare per davvero la guerra allo Stato Islamico là dove si trova, a cavallo tra Siria e Iraq.
Anche dagli Stati Uniti, oltre alle parole, sembra arrivare ben poco: va bene intensificare i bombardamenti sull’Isis ma ad ora non si prefigura un reale cambio di strategia.
L’unico interlocutore che abbia trovato l’Eliseo al momento è la Russia di Putin, che del resto era già coinvolta direttamente nello scenario siriano (più a difesa di Assad che all’attacco dell’Isis) e che – al pari della Francia – è stata di recente colpita da attentati riconducibili al Califfato, con l’abbattimento dell’Airbus A321 sul Sinai. Insomma, chi non aveva “scarponi sul terreno” in Siria fino a prima delle stragi parigine (Francia inclusa) non intende mandarli adesso, e chi ne aveva pochi – Usa e Russia – non pensa a un incremento significativo.
L’attenzione del mondo è poi stata deviata dal contrasto allo Stato Islamico a causa dell’abbattimento di un cacciabombardiere russo operativo in Siria (che avrebbe violato lo spazio aereo turco per 17 secondi) per mano dell’aviazione di Ankara. La tensione tra Russia e Turchia è salita pericolosamente. I toni sono molto alti, alcune ritorsioni economiche sono già in atto (anche se per ora rimane fuori dai giochi la questione più sensibile dei commerci in gas e petrolio tra i due Paesi) e il Cremlino ha deciso di rafforzare (in quantità ma soprattutto in qualità) la propria presenza militare in Siria, dispiegando sistemi missilistici avanzati di contraerea (S-400) e portando l’incrociatore Moskva – fiore all’occhiello della marina russa – al largo della costa turco-siriana. L’incidente per ora non è degenerato – ambo le parti, al netto della propaganda, stanno cercando la “de-escalation” – e la stessa Nato (di cui la Turchia è membro) ha invitato alla calma.
Il timore tuttavia è che, se questa volta è andata bene, a forza di ignorare una situazione che genera costantemente possibili crisi prima o poi quel che resta degli equilibri internazionali vada in frantumi.
L’incidente del cacciabombardiere – e la grande importanza che giustamente gli è stata attribuita, per la sua potenziale pericolosità – dimostra chiaramente che in Siria la guerra contro lo Stato Islamico è una variabile dipendente da altre, e più importanti, questioni geopolitiche. Tutti gli attori maggiormente coinvolti sfruttano l’Isis per i propri fini – chi per contrastare i propri nemici (Turchia e Sauditi armano e finanziano i jihadisti in funzione anti-sciita e anti-curda), chi per delegittimare i propri avversari (Assad, Iran e Russia appiattiscono l’intera ribellione siriana sulle formazioni terroristiche) – e nessuno ha come priorità la sua distruzione. Non solo. Per Turchia e Sauditi – nostri alleati – è fondamentale che il Califfato continui ad esistere nell’immediato futuro.
Se infatti lo Stato Islamico scomparisse improvvisamente i territori precedentemente sotto il suo controllo verrebbero probabilmente occupati a est da forze sciite (lealisti, iraniani, hezbollah) con l’aiuto dei russi, e a nord dai curdi. Il resto della ribellione si troverebbe circondato e di fronte a un nemico rafforzato e galvanizzato dalla vittoria. Il danno strategico per Riad e – ancor di più – per Ankara sarebbe enorme.
Di fronte a questa situazione l’Occidente, in particolare l’Europa, poteva prendere la strada – scivolosa – di un coinvolgimento diretto, con l’ambizione di guidare un processo di ristrutturazione degli equilibri in Medio Oriente, oppure acconciarsi a un ruolo da quasi-spettatore, accettando di contrastare il terrorismo solo a valle, con l’intelligence, e non alla sua origine, coi militari. La scelta è caduta chiaramente sulla seconda ipotesi – l’Europa senza gli Usa al momento non ha probabilmente nemmeno gli strumenti politici, economici e bellici per imporre una forte politica estera – e l’inquadramento dell’azione militare attualmente in corso in Siria e Iraq va fatto di conseguenza. Non potendo garantire, tramite un intervento diretto, gli interessi dei nostri alleati sul territorio, non possiamo pretendere che questi accettino di vedersi danneggiare in modo tanto grave da una eventuale immediata sconfitta del Califfato.
Quindi anche Europa e Stati Uniti si sono rassegnati a che lo Stato Islamico venga contenuto, magari scalfito e ridotto, ma per ora non estinto. E si vede.
L‘offensiva – supportata dagli Usa – contro l’Isis in Iraq, nella provincia di Anbar, procede a rilento.
La capitale Ramadi è di fatto nelle mani dell’esercito iracheno da settimane, ma ancora si esita ad assestare il colpo finale (che consentirebbe di aprire il fronte nord, per la riconquista di Mosul).
L’offensiva curda (ma sponsorizzata dagli Usa) su Raqqa in Siria viene costantemente posticipata.
Per lo stesso motivo non si impone ad Ankara di lasciare che i curdi siriani sottraggano al controllo dell’Isis l’ultimo tratto di confine tra Siria e Turchia (area di Jarablus), pur sapendo che da qui pare continuino a passare uomini e armi destinati alla jihad (Erdogan ha minacciato un’invasione di terra in Siria se i curdi si azzardassero a scacciare dall’area gli uomini del Califfo). E via dicendo.

Senza la forza per intervenire direttamente, senza l’intenzione di cambiare storiche e delicate alleanze, l’Europa non ha molte scelte.
Può sganciare qualche bomba (più catartica che realmente efficace), può cercare di favorire il contenimento militare dell’Isis – anche da parte di quelli che teoricamente sarebbero suoi avversari, come Iran e Russia -, può anche provare a condizionare i suoi alleati ma sembra costretta a rispettarne la decisione di fondo: lo Stato Islamico, almeno per ora, resta.

tratto da “linkiesta”