Provare a immaginare un futuro per il Venezuela non è facile.

Da tempo il presidente Nicolás Maduro e il suo governo sono accusati di avere distrutto l’economia nazionale e voler trasformare il paese in una dittatura. Lo scontro politico con le opposizioni, che dal 2015 controllano il Parlamento, è arrivato a livelli che alcuni definiscono da “guerra civile” e all’interno dello stesso fronte chavista – quell’insieme di gruppi politici che governano il paese e condividono l’ideologia dell’ex presidente Hugo Chávez – ci sono divisioni e scontri. Le elezioni di domenica volute da Maduro e boicottate dalle opposizioni, quelle che hanno istituito un’Assemblea Costituente, hanno ulteriormente peggiorato la situazione, perché indicate come ennesimo tentativo del governo di mantenere e rafforzare il suo potere nonostante lo scontento di buona parte della popolazione.

Diversi osservatori e analisti hanno provato a fare alcune ipotesi, capire come si possa frenare la gravissima crisi che sta colpendo il Venezuela e come evitare che si arrivi definitivamente a una situazione di “stato fallito”. Non è facile perché ci sono moltissime incognite: non si sa per esempio quanto sia ancora il sostegno dell’esercito verso Maduro, che oggi guida uno dei governi venezuelani più militarizzati di sempre, o quanto siano grandi le divisioni all’interno delle opposizioni. Semplificando, comunque, possiamo dire che le ipotesi più discusse sono tre: una transizione semi-pacifica, nella quale Maduro si fa da parte e lascia il suo incarico di presidente a qualcun altro; un embargo sulle esportazioni di petrolio venezuelano, che sono il 95 per cento di tutte le esportazioni del Venezuela; e sanzioni mirate contro funzionari di governo e alleati di Maduro, per costringerli a negoziare con le opposizioni e trovare una via d’uscita. Ieri il presidente americano Donald Trump ha deciso di continuare sulla terza via: ha approvato alcune sanzioni mirate contro Maduro, che però potrebbero non essere sufficienti a risolvere la crisi.

Ipotesi 1: transizione negoziata, Maduro lascia il potere
Secondo l’Economist, l’ipotesi migliore per il Venezuela sarebbe una transizione negoziata. Maduro potrebbe finire il suo mandato, cioè starebbe in carica fino al 2019, ma nel rispetto della Costituzione e del Parlamento: dovrebbe liberare i prigionieri politici e garantire la regolarità di elezioni locali, tra le altre cose, tutti scenari che sembrano poco realizzabili, ora come ora. Già lo scorso anno c’era stato un tentativo di negoziare una soluzione di questo tipo, ma era fallito e oggi lo scontro tra governo e opposizioni è più violento di allora. L’elezione che si è tenuta per eleggere un’Assemblea costituente potrebbe avere affossato definitivamente l’opzione della transizione negoziata. Nel caso però si sbloccasse qualcosa – solo in quel caso: e a oggi non sembrano esserci i presupposti – le persone da tenere d’occhio per un’eventuale sostituzione di Maduro rientrano in due gruppi diversi, ha scritto il quotidiano spagnolo El Confidencial: quelli che stanno all’opposizione e quelli che rientrano nell’ampio fronte del chavismo.

Dal primo gruppo potrebbe emergere Leopoldo López, leader dell’opposizione di cui si è occupato ampiamente anche la stampa occidentale durante le proteste dell’inizio 2014. López è il coordinatore nazionale del partito Voluntad Popular, uno dei gruppi politici che formano la coalizione Mesa de la Unidad Democrática, la principale forza di opposizione a Maduro e la forza maggioritaria in Parlamento: dopo essere stato in carcere per tre anni e mezzo, all’inizio di luglio 2017 López è stato messo agli arresti domiciliari, ma questa notte è stato portato di nuovo via dalle forze di sicurezza venezuelane. Se a López non fosse concessa la possibilità di negoziare, potrebbe farlo al suo posto Freddy Guevara, membro del suo stesso partito e vicepresidente del Parlamento. Un’altra opzione potrebbe essere Henrique Capriles, che negli ultimi anni ha concorso per due volte alle elezioni presidenziali venezuelane, sconfitto prima da Chávez (2012) e poi da Maduro (2013), anche se oggi non ha più la stessa leadership che aveva nel 2014.

Dal secondo gruppo potrebbero emergere Luisa Ortega Díaz, procuratore generale del Venezuela, che da tempo è molto critica verso Maduro, e Miguel Rodríguez Torres, ex ministro degli Interni e considerato dello stesso gruppo di scontenti a cui appartiene anche Ortega Díaz (entrambi erano stati tirati in mezzo da Maduro in una storia da film di poche settimane fa, quando un elicottero aveva sparato proiettili e granate contro la Corte suprema). Un altro nome citato da El Confidencial è quello del generale Vladimir Padrino López, attuale ministro della Difesa. Il nome di López è interessante per il potere che l’esercito ha nel governo del Venezuela (per dirne una: dei 29 ministri del governo Maduro, 10 sono militari o ex militari). Hernán Castillo, docente di Scienze politiche all’Università Simón Bolívar di Caracas, ha detto a BBC Mundo che «mai come ora abbiamo visto così tanta presenza dei militari nella società»: l’esercito è coinvolto in moltissimi aspetti della vita pubblica e con Maduro al governo il suo ruolo è diventato ancora più importante. Non è facile dire se l’intero esercito appoggi ancora Maduro, ma l’ipotesi di una transizione guidata da un militare, benché potrebbe non piacere troppo alle opposizioni, potrebbe essere meno osteggiata dal governo in carica.

Ipotesi 2: embargo petrolifero
L’embargo petrolifero è stato definito dal Washington Post “l’opzione nucleare” per il Venezuela: “opzione nucleare” perché gli effetti che potrebbe produrre sull’economia venezuelana – già in condizioni disastrose – potrebbero essere enormi. Il 95 per cento delle esportazioni del Venezuela è costituito dalla vendita di petrolio e un terzo sono dirette verso gli Stati Uniti, praticamente gli unici che pagano in valuta forte straniera (le esportazioni verso la Cina pareggiano i prestiti cinesi al governo, mentre quelle verso Cuba sono fatte come gesto di solidarietà verso un altro paese socialista). C’è poi da considerare un’altra cosa. Il greggio estratto in Venezuela è molto pesante e difficile da raffinare, e poi da vendere: è necessario mischiarlo con altri tipi di greggio più leggeri per migliorarne la qualità. Fino a diverso tempo fa il Venezuela importava greggio leggero dalla Russia, dall’Angola e dalla Nigeria, ma nel dicembre 2015 l’amministrazione Obama tolse il divieto per gli Stati Uniti di esportare il greggio verso altri paesi e il governo venezuelano ne approfittò subito, visto che le importazioni dagli Stati Uniti sono molto più convenienti di quelle dall’Africa Occidentale o dal Nordafrica. La dipendenza del Venezuela verso le importazioni ed esportazioni americane è oggi molto alta ed è per questo motivo che un embargo petrolifero viene considerato una specie di “opzione nucleare”.

Il Washington Post ha scritto che alcune persone all’interno dell’amministrazione Trump sono favorevoli alla soluzione dell’embargo, mentre diversi funzionari del dipartimento di Stato e di quello dell’Energia si oppongono. Le perplessità di molti riguardano gli effetti che un embargo petrolifero potrebbe avere sulle condizioni di vita della popolazione venezuelana: togliere al Venezuela l’unica sua fonte di reddito potrebbe portare Maduro a ridurre ancora di più le importazioni di cibo, o le risorse da dedicare al settore della produzione di beni di prima necessità; potrebbe anche dare al governo un nuovo argomento per alimentare la sua retorica anti-americana, incolpando gli Stati Uniti per la gravissima crisi economica del paese. Le stesse opposizioni venezuelane non sembrano favorevoli a un’opzione di questo tipo. Ángel Alvarado, deputato del partito di opposizione Primera Justicia, ha detto: «Sarebbe una catastrofe per il paese perché le persone non avrebbero più da mangiare».

Ipotesi 3: sanzioni mirate
Le sanzioni individuali contro Maduro e i suoi alleati sono l’unica opzione che in molti vedono come praticabile e quella su cui sembra aver puntato finora l’amministrazione degli Stati Uniti. Il 26 luglio il governo americano ha annunciato l’imposizione di sanzioni individuali a 13 funzionari venezuelani coinvolti nella proposta dell’elezione dell’Assemblea costituente, quella istituita con il voto di domenica, o sospettati di corruzione e abuso dei diritti umani: è stata tolta loro la possibilità di ottenere dei visti per viaggiare negli Stati Uniti e di fare affari con banche e società americane. Ieri sono state aggiunte nuove sanzioni individuali contro Maduro, ma secondo diversi analisti potrebbe non essere sufficiente (Maduro è il quarto capo di stato contro il quale vengono imposte sanzioni di questo tipo: gli altri sono il siriano Bashar al Assad, il nordcoreano Kim Jong-un e il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe).

Le sanzioni individuali o mirate sono uno strumento diverso dalle sanzioni economiche e commerciali, perché non colpiscono l’intera economia o determinati settori economici, ma solo alcuni individui: sono state introdotte per fare meno “danni collaterali”, cioè per ridurre le conseguenze negative sulla popolazione. Normalmente vengono usate per fare pressioni su un governo avversario: metterlo in una posizione di debolezza per costringerlo a negoziare.

Il problema nel caso del Venezuela è che già in passato erano state adottate sanzioni individuali, che però finora non hanno portato a risultati significativi. L’Economist ha scritto che dovrebbero essere prese altre misure da affiancare alle sanzioni individuali: dice per esempio che gli Stati Uniti dovrebbero fare più pressioni sui paesi membri dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS, un’organizzazione regionale che include i 35 stati indipendenti delle Americhe) che per diverse ragioni – ideologiche o economiche – si sono opposti finora alla sospensione del Venezuela dalla stessa organizzazione. Il governo americano dovrebbe anche spingere le banche a diffondere informazioni imbarazzanti su funzionari venezuelani che hanno rubato fondi pubblici, e lo stesso potrebbero fare l’Unione Europea e gli altri paesi latinoamericani. Alcuni politici di opposizione venezuelani credono inoltre che Stati Uniti e Unione Europea dovrebbero prendere delle misure per costringere Maduro a sottostare all’autorità del Parlamento, nei casi previsti dalla legge: per esempio dovrebbero bloccare transazioni finanziarie e progetti che coinvolgono i loro paesi e che non hanno avuto prima l’approvazione dell’Assemblea.

Dopo l’istituzione dell’Assemblea costituente, comunque, per le opposizioni potrebbe cominciare un periodo ancora più complicato, perché il nuovo organo potrebbe di fatto sostituire il Parlamento togliendogli ogni potere. L’impressione è che Maduro voglia usare l’Assemblea costituente per liberarsi dei suoi avversari politici: domenica sera per esempio ha detto che in breve tempo l’Assemblea rimuoverà dal suo incarico il procuratore generale Ortega Díaz, che come detto è diventata molto critica nei confronti del presidente. Diversi parlamentari si stanno già preparando alla possibilità di perdere il loro potere e di continuare a protestare a Caracas e nelle altre città del Venezuela.

Alcuni analisti pensano che l’ultima mossa di Maduro abbia spinto le opposizioni più moderate – quelle che erano disposte a continuare a lavorare per rafforzare il ruolo del Parlamento – verso posizioni più radicali, assunte invece da gruppi che credono che l’unica possibilità rimasta sia lo scontro frontale e violento con il governo: quando si parla di “clima da guerra civile” in Venezuela, ci si riferisce anche a questo.

tratto da “ilpost”