Il nostro Paese, come l’intero occidente, sta vivendo una grave crisi economica e finanziaria che sta influendo sull’ identità delle comunità, sulle prospettive future delle giovani generazioni, sulle capacità produttive di ogni azienda e perfino sull‘ambiente in cui andremo a vivere.
Sulle prime tre questioni le prospettive sono pesanti con risvolti negativi, si pensi al fatto che nel primo trimestre 2012 il PIL italiano è in recessione (-1%), mentre paradossalmente questa crisi che diminuisce i consumi e gli abusi, rischia di migliorare l’ambiente con stili di vita più sobri ed un ritorno alla natura (come la legna per riscaldarsi) ed a i suoi prodotti, magari coltivati direttamente nel campo.
Strano vero, ma anche la medaglia della crisi può mostrare un’altra faccia, più confortante.
Voglio dire che la crisi può essere vissuta anche come opportunità, se si affronta nel modo giusto!
In questo senso il dilemma a cui ogni governo nazionale si trova di fronte è come affrontare questa crisi: con interventi mirati ma drastici a rischio di riuscire nell’intervento ma fare morire il paziente, oppure con riforme condivise che magari con tempi più lunghi, offrono comunque una via d’uscita, anche discutibile ma concreta. Sicuramente il confronto e la discussione sulle scelte che un Governo dave fare sono democrazia ma non ci possono essere, su questioni di questa grande importanza, alcun veto o pregiudizio.
Non sembri ovvia la risposta, e soprattutto non ci si lasci prendere da appartenenza corporative o da sentimenti ideologici nel valutare quale sia la strada più giusta da intraprendere senza mettere a rischio la convivenza civile e senza impoverire ulteriormente il Paese.
Ma attenzione nessun tentennamento da parte di chi governa e nessun sofismo nel confronto (che non può essere lezioso) che deve portare ad una soluzione e non a discussioni inconcludenti.

Alla fine, tirato a destra ed a sinistra, il Governo ha scelto di andare per la propria strada e di riformare l’art 18 dello Statuto dei Lavoratori, lo ha fatto dando seguito al lavoro fin qui intrapreso coi vari decreti salva Italia e sull’onda del documento d’impegni presi con l’Europa, dunque con coerenza e direi anche con molto buon senso.
D’altronde il dissenso rispetto a questa riforma sta tutto nelle modifiche all’art 18 ed è talmente specifico, a fronte di un disegno organico di revisione del mondo del lavoro, che francamente mi sembra più una difesa di principi (giusti ma superati) che una difesa di un vero diritto.
Personalmente ho apprezzato il senso di responsabilità dimostrato da Monti nel cercare il confronto pacato con tutte le forze sociali e nello scegliere, poi, di sostenere le proprie ragioni nonostante si fossero levate voci di preoccupazione e di dissenso dalle forze politiche di una maggioranza eterogenea e sensibile a i richiami delle categorie.
Il Governo ha usato il buon senso adoperando lo strumento del disegno di legge e non il “decreto”, che darà la doverosa opportunità al Parlamento di discutere nel merito del provvedimento.
Questa scelta la trovo giusta. ma sarà la controprova di una ritrovata o meno, affidabilità dei Partiti, rispetto ai bisogni ed alle paure dei nostri concittadini.
L’agenda dei partiti politici, difatti, in tutto l’Occidente ed anche in Italia, almeno per ora, continua ad essere segnata dalla grave crisi economica che rischia di diventare anche sociale, ebbene è giunto il momento che i Partiti italiani diano la prova definitiva di aver superato logiche strumentali di “parte” per riconquistare la fiducia dell’opinione pubblica.
Il Paese ha bisogno di approvare questa riforma del lavoro, poi dare il via ad una giusta riforma fiscale, ed infine predisporre una seria riforma elettorale, mentre la altrettanto necessaria riforma della giustizia può ancora attendere.
Nel merito dell’art 18 mi sembra che la proposta del Governo, cioè rendere possibile il licenziamento per ragioni economiche (cioè di crisi dell’azienda), sia ragionevole e dunque condivisibile ma non mi scandalizzo per le prese di posizione dei sindacati bensì per come alcuni Partiti affrontano il tema in maniera ideologica e di principio.
Certo, chiedere garanzie e metodo per evitare abusi e distorsioni, mi sembra corretto ma non vedo ostacoli e ragioni per mettersi in posizione di scontro e rottura con una proposta di cambiamento che mi sembra fatta, come già detto, con buon senso.
D’altronde il fatto che per il PdL questa riforma sia troppo morbida e per quelli di Sinistra, troppo dura, la dice lunga sulla natura della riforma che non guarda con favore a nessuno e sulla qualità della proposta, stessa, che infatti trova aperture di credito dagli analisti internazionali.
Mi spiace che questo fatto non venga colto considerando che nella riforma sono state fatte buone scelte in ordine ai contratti di lavoro, agli ammortizzatori sociali ed al precariato.
In particolare mi spiace per il PD, che sta riavvicinandosi ad ortodosse posizioni socialdemocratiche europee d‘antan e sta alzando le barricate sull‘art 18 (come tutta la sinistra), senza rendersi conto che lasciare le cose come stanno è una pericolosa scelta di stampo conservatore che rischia di bloccare il mondo del lavoro senza una strategia di sviluppo per le imprese e per i lavoratori stessi.
In fin dei conti la proposta del Governo, sull’ art 18, è nel suo complesso accettabile in quanto non smantella le tutele dei lavoratori ma definisce una “vera” differenza tra i licenziamenti per ragioni economiche e le altre forme di licenziamento, in quanto il posto di lavoro lo offre un’ azienda ad una persona che non diventa, però, titolare di quel posto di lavoro (all’infinito), ma deve, anche, essere risarcito (indennizzato) per la perdita del posto di lavoro, qualora sia licenziato.
Sbaglia chi pensa che le aziende (gli imprenditori, non i padroni) avranno uno strumento per licenziare.
Comunque voglio sottolineare che anche nell’attuale riforma, così come varata dal Governo e così come andrà in Parlamento, cioè suscettibile di margini di miglioramento, al di là dell’art 18 ci sono note positive legate al sistema degli ammortizzatori sociali. La riforma prevede, infatti, un sistema basato su due pilastri la C.I. (cassa integrazione ordinaria) e l’ASPI (assicurazione sociale per l’impiego), che sono destinati ad allargare la platea dei potenziali beneficiari tra i lavoratori. L’Aspi verrà applicata a tutti i lavoratori senza alcuna distinzione, comprendendo così anche coloro che possono contare su meno anni di esperienza o coloro che hanno contratti atipici e precari ed a rimpinguare la platea di beneficiari entreranno anche apprendisti e artisti dipendenti. L’Assicurazione sociale per l’impiego avrà una durata di 12 mesi, allungabili a 18 nel caso il lavoratore interessato abbia più di 55 anni. Certo sul tema dei lavoratori esodati, non coperti dalle nuove norme sui requisiti per la pensione, servirà riaprire il confronto e trovare una soluzione condivisibile ma per il resto direi, proprio, che ci siamo.
Quanto al famoso modello tedesco del lavoro, quello degli stipendi più alti per i lavoratori, della “cogestione” in azienda, della compartecipazione agli utili ed anche della partecipazione dei lavoratori/soci presenti nei CdA , si tratta di un percorso condivisibile da cominciare ma non di un modello applicabile tout court in Italia.
Dunque, siccome non credo che i licenziamenti economici, del nuovo art 18, saranno una scusa per licenziare più facilmente e siccome il resto dell’impianto della riforma lo trovo serio e positivo, auspico che il Parlamento approvi in tempi rapidi una riforma importante, basata sul concetto di flessibilità, indispensabile per il rilancio del Paese.
Per altro la scelta del Governo di andare avanti nonostante la mancanza di un accordo generale, segna una svolta nella storia del nostro Paese, infatti nemmeno Berlusconi ed il suo potere, era riuscito a rimuovere questa sorta di consociativismo che attraverso la concertazione ha fatto da freno negli ultimi vent’anni al necessario processo di ammodernamento dell’intera società italiana.
Questo Governo, infatti, non cerca il consenso fine a se stesso ed ha operato, nelle condizioni date, per riuscire a portare l’Italia fuori dalla crisi; una crisi nella quale le omissioni dei governi precedenti hanno avuto un peso determinante nel peggiorare la situazione socio-economica del nostro Paese, rendendo più difficile oggi rimetterlo sulla strada dello sviluppo e della crescita.
Per questi motivi credo che oggi il Paese, superata la dicotomia pro o contro Berlusconi, debba prendere atto che il nostro futuro stia nella discussione fra il fronte della crescita capace di aprire un orizzonte di benessere e quello della conservazione fatto di egoismi regionali o di categoria.
Certo nel campo delle opzioni c’è anche la decrescita, ma anche questa scelta appartiene al campo dell’innovazione (o del progresso), non della conservazione e dunque richiede il coraggio di superare lo status quò attuale e poi di mettere in campo modelli di vita coerenti ai valori dichiarati. L’idea di fondo dei conservatori (di destra e di sinistra) è, invece, la convinzione che l’Italia in crisi sia condannata un lungo periodo di bassa crescita, causato dalla globalizzazione liberista, dagli eccessi del mercato e dalla incapacità della classe politica a programmare il futuro.
In questa logica la difesa del sistema produttivo, dei posti di lavoro, dei diritti acquisiti, diventa allora prioritaria rispetto al coraggio dell’innovazione fondato sul dinamismo un sistema economico che sia guidato e controllato da uno Stato meno centralista e più federale.
Vedete nei prossimi anni la politica tornerà a dividersi sulle scelte di politica economica ed è mia convinzione che tra liberalismo e socialdemocrazia ci possa stare una terza posizione, vicina ai valori e principi della Dottrina Sociale della Chiesa, che ha, certo, a cuore la giustizia sociale attraverso la mediazione dello Stato, ma al contempo lascia campo alla libera iniziativa ed al merito.
Il problema è solo il mercato (tanto più quello finanziario) che non si può pensare di lasciare senza regole generali e senza alcun adeguamento alle dinamiche nazionali; così la globalizzazione non può essere vissuta come un rischio per l’invasione di uomini, merci e culture provenienti da altri Paesi ma va gestita come opportunità per aprire nuovi orizzonti di conoscenza a persone ed imprese.
L’Italia può e deve competere anche nell’epoca della globalizzazione ma può farlo, solo, con la presa di coscienza delle proprie risorse culturali ed ambientali e soprattutto tornando a dare fiducia alle imprese ed agli imprenditori attraverso politiche d’incentivo e sostegno.
In questa direzione serve che la battaglia per la diminuzione delle tasse su case, rendite e patrimoni sia secondaria, venga dopo, rispetto a quella per un abbassamento delle tasse su chi produce e lavora è fondamentale per proporre una ricetta credibile per la crescita.
Serve che il Paese, l’opinione pubblica, comprenda che la riorganizzazione del lavoro è necessaria per tornare a creare lavoro e generare, così, sviluppo economico, puntando di più sulla creazione della ricchezza piuttosto che alla conservazione del benessere accumulato.

D’altronde rispetto alle proposte strumentali di Sacconi mi pare che in questa riforma lasci intravvedere l’abbrivio della direzione giusta : una accurata revisione della normativa che regola l’assunzione ed il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un nuovo sistema di assicurazione della disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro.

Ora voglio sperare che pur lasciando alla CGIL il diritto di protestare e scioperare, i Partiti (in testa il PD) non cedano a tentazioni corporative e facciano il proprio dovere senza alibi e scorciatoie, proprio come ha saputo fare la CISL, che in modo molto responsabile ha comunque dato il via libera ad una riforma che non ha condiviso interamente.

Sono convinto che questa sia la sfida che attende, oggi, tutte le forze politiche e le associazioni della società civile che condividono, in maniera responsabile, l’idea che l’Italia non sia condannata solo a difendere le proprie posizioni rispetto alle incognite del futuro ma possa e debba valorizzare le proprie significative potenzialità molto di più degli altri grandi paesi europei.
Il Governo Monti con la sua attività può ridare fiducia ai cittadini e dignità alla politica per questo diventa urgente che ognuno si senta impegnato ad attivare ogni risorsa e pensiero contro una visione orientata al declino del nostro Paese nel nostro futuro a causa di una politica “troppo di parte” che ha smesso di mobilitare le passioni e le idee.

Non perdiamo questa occasione e guardate che l’alternativa all’art 18 è il ricorso al 118!
Per tirarci fuori dalle sabbie mobili della crisi e ricostruire un Paese forte, serve un nuovo rapporto di reciproco rispetto tra Stato e cittadini, ma ciò è possibile solo se si saprà proporre un progetto vincente e credibile; un messaggio e un programma convincente, pieno di coraggio e capace di dare speranza, raccogliendo consensi oltre gli steccati tradizionali degli schieramenti della seconda Repubblica e le nostalgie delle Prima.

Non credo che l’Italia sia da 118 e vedrete che ce la faremo.