Le incredibili promesse proporzionaliste e i limiti del fact-checking

Arriva alla conclusione una campagna elettorale le cui modalità sono state fortemente influenzate dalle caratteristiche proporzionali del sistema elettorale noto come Rosatellum. Negli ultimi due mesi, ogni partito politico ha marcato il proprio territorio con promesse poco credibili perché derivanti da coperture dubbie, dunque buone per attizzare il supporto dei sostenitori prima ma di difficile attuazione pratica dopo. Su questo sito abbiamo valutato alcune delle proposte che era possibile quantificare. Abbiamo rinunciato a valutare il costo complessivo delle promesse elettorali dei partiti ritenendo che i programmi contenessero troppi elementi mancanti e che, omettendo nella valutazione le parti non quantificate, si rischiasse di confrontare le mele con le pere. Carlo Cottarelli e Roberto Perotti si sono invece utilmente cimentati nell’impresa. Il loro lavoro certosino ha mostrato che quasi tutti i programmi elettorali (un’eccezione pare essere quello di +Europa) sono per l’appunto privi di una parte consistente delle coperture per le misure proposte.

Nella sfida proporzionalistica, la maggior parte dei partiti hanno trattato gli elettori come tifosi, non come cittadini che scelgono razionalmente tra alternative ben specificate. In parte, questo non è un fenomeno solo italiano. Viviamo in un mondo in cui un giornalista che invita un candidato a confrontarsi con un “fatto” in contraddizione con una sua tesi vede uscire dal cappello del candidato un “alternative set of facts” – copyright Donald Trump. Con l’idea che gli elettori si concentreranno sullo spicchio di realtà che meglio si adatta alle loro opinioni (o pregiudizi).

Gli scienziati sociali sanno da sempre che “i fatti” non esistono. Le informazioni vanno raccolte, i dati prodotti e poi interpretati. Ma durante la nostra campagna elettorale molti dei politici italiani hanno deliberatamente abbandonato anche solo l’obiettivo di produrre dati verificabili. E si è così sviluppata l’industria del fact checking (anche lavoce.info ha dato il suo contributo), la cui efficacia è però limitata dal desiderio degli elettori di concentrarsi sui fatti a loro graditi, non di considerare la veridicità di tutti quelli rilevanti per le loro decisioni.

Non sprechiamo i risultati ottenuti

La campagna elettorale proporzionalista ha potuto dispiegare tutta la sua potenza di fuoco in termini di incredibili promesse anche perché, guardando all’economia e alla finanza pubblica, il prossimo governo (quando verrà) troverà una situazione nettamente più favorevole di quella del 2013. L’economia è tornata a crescere stabilmente sopra all’uno per cento. L’inflazione è risalita vicino all’uno per cento, scacciando i timori di deflazione. Lo spread Btp-Bund, malgrado occasionali sussulti all’insù, rimane in ogni caso ancorato sotto i 150 punti. Certo, i 2256 miliardi del debito pubblico italiano (al 31 dicembre 2017) sono una montagna difficile da scalare e da ridurre. Ma con i tassi sui Bot sotto allo zero e quelli sui Btp nei pressi del 2 per cento (e la crescita del Pil nominale superiore al due per cento), il debito dello Stato – per quanto aumentato di 260 miliardi –  è più sostenibile che nel 2013 quando si scontava un costo del debito ben più elevato e una crescita negativa del Pil con inflazione in calo verso lo zero. E anche il deficit pubblico – quello strutturale – cioè depurato dall’effetto del ciclo economico favorevole – è vicino all’uno per cento del Pil, in lenta marcia verso lo zero. Nessuno ha pronunciato la parola “tesoretto”, ma la mancanza di coperture della campagna elettorale è stata essenzialmente una gara tra proposte di impiego di un – supposto esistente – tesoretto.

Il rischio concreto è che i progressi raggiunti faticosamente in cinque anni di legislatura (e di aiuti della Bce) siano spazzati via da qualche scelta sconsiderata come la decisione di uscire dall’euro o la richiesta all’Europa di ricorrere a dazi suicidi per un paese esportatore e trasformatore come l’Italia o altri frammenti di uno stupidario economico che ha preso piede soprattutto sulla rete. Ma è un rischio che è giusto correre o almeno sottoporre al parere degli elettori.

Eppure, nonostante la difficoltà di mettere in piedi un discorso pubblico informativo, c’è solo da augurarsi che tutti vadano a votare. Perché il voto è la fondamentale espressione della democrazia e chi non vota ha torto e lascia che siano gli altri a decidere in nome e per conto suo.

In ogni caso, proprio la solida ripresa dell’economia consente anche di votare con serenità maggiore rispetto a cinque anni fa. Di sicuro, votare con la pistola alla tempia non produce buoni risultati. Sia il caso del referendum greco sul piano proposto dalla troika (respinto nel 2015 con il 61 per cento dei voti e poi attuato nella sostanza dal governo Tsipras) che la vittoria del Leave nel referendum britannico mostrano che il grosso degli elettori si ribella alle pressioni esterne (dei benpensanti o dell’Europa).

Al netto di tutto, non rimane dunque che augurare un “Buon sereno voto” a elettori ed elettrici.

Tratto da “lavoce”

Scritto da “Francesco Daveri”