Voglio iniziare il nuovo anno (a proposito auguri!) con un ragionamento positivo. Siamo all’interno di una grande trasformazione che si manifesta come crisi e, quindi, etimologicamente, come opportunità. Io che sono un assoluto, incrollabile ottimista: ottimista dell’uomo, ottimista sul futuro perché penso che nella vita ci sia sempre concessa una seconda chanche, sono convinto che davvero la difficoltà di questi tempi porterà ad una società migliore. Ottimista come lo furono Socrate, Gesù, Gandhi e Madre Teresa (senza paragoni!), ottimisti che non stavano a piangersi addosso ma si sono dati da fare per gli altri prima ancora che per sé. Così l’immagine che ho scelto per questo pezzo è quella di Troisi che fa l’autostop nel film “Ricomincio da tre”, perché a mio parere simboleggia la necessità, per ciascuno di noi, di fare un pezzo di strada insieme agli altri per arrivare alla meta, ma ciò è possibile solo se qualcuno si ferma. Solo se ci fermiamo possiamo ricominciare. Per questo la domanda sull’ora in cui ci sarà la fine del mondo è solo provocatoria ……. e comunque io da questo treno lanciato verso il buio, voglio scendere per fare l’autostop ed andare dove mi pare. Sono convinto che la crisi ci costringe a fermarci a riflettere sul futuro e l’inizio dell’anno è l’occasione giusta per qualche considerazione alta “erga omnes”. Per questo voglio mettere un pezzo di Dante :
“Frate, lo mondo è cieco,
e tu vien ben da lui.
Voi che vivete ogne cagion recate
pur suso al cielo, pur come se tutto
movesse seco di necessitate.
Se così fosse, in voi fora distrutto
libero arbitrio, e non fora giustizia
per ben letizia, e per male aver lutto.
Lo cielo i vostri movimenti inizia;
non dico tutti, ma, posto ch’i’ ‘l dica,
lume v’è dato a bene ed a malizia,
e libero voler; che, se fatica
ne le prime battaglie col ciel, dura,
poi vince tutto, se ben si notrica …” (Purg, XVI, 65-78)

Non credo che il 2012 sarà quello della fine del mondo, senza con questo voler sminuire la cultura Maja e le loro arcaiche ma erudite supposizioni.

Certo guardare al futuro con fiducia, di questi tempi, è dura, l’incertezza regna sovrana, ma non credo di essere un facilone ottimista nel prevedere un futuro migliore per le generazioni a venire, se dopo l’uscita dalla crisi, sapremo vivere con minori eccessi.

Per questo penso che, anzi, il 2012 sarà l’anno della svolta, cioè quello d’un vero cambiamento rispetto al nostro modo, attuale, di vivere; fare di necessità virtù nel segno della sobrietà.

D’altronde dal benessere siamo giunti al consumismo ed ora siamo fermi, dunque serve cambiare.

Beh, non so dire se ciò riguarderà proprio tutto il mondo ma certamente, quello occidentale.

Il 2012 segnerà, inevitabilmente, grandi novità sociali, sia sul piano culturale che filosofico, anche su quello economico ma non tecnologico e soprattutto su quello di costume.

A queste novità, verso queste spinte ed anche alle probabili tensioni, dobbiamo guardare con speranza, mettendo da parte paure e convenienze.

Dobbiamo sentirci parte e promotori d’un grande cambiamento e nessuno deve ritenersi troppo piccolo, per poter partecipare da protagonista.

Non è più il tempo di delegare a presunti giganti, tanto più considerata la pessima prova che hanno dato. La sollecitazione di avviare una costituente politica basata sui valori della solidarietà, della competizione leale, delle pari opportunità e della sostenibilità, da quella energetica a quella tecnologica, potrebbe essere l’avvio di una positiva reazione a catena capace di risvegliare ogni coscienza dal torpore consumistico.

Abbiamo bisogno di uomini che operino a sistema, nel locale, perché i giganti sono ormai zavorra.

Contemporaneamente alla grave crisi economica che genera nuove drammatiche povertà (forse proprio per questo), nel mondo si assiste ad un contagio, che porta i ceti produttivi ed i giovani a staccarsi dalle elités nazionali; la primavera araba, il risveglio russo, le sollevazioni in Spagna e Grecia, le banlieu francesi, le irrequietezze inespresse italiane e persino la protesta di “Occupy Wall Street“, dimostrano che, davanti al malessere, cresce la voglia di novità, il bisogno di innovazione è ormai una chiara affermazione rispetto a tradizionalismi inefficaci e così i vecchi vestiti prudenziali ed ipocriti ma soprattutto subordinati, delle rispettive classi politiche non bastano più a capire e guidare la società globalizzata.

Sta crescendo un nuovo senso comune dove i termini competizione e sviluppo, collaborazione e disintermediazione, partecipazione e responsabilità, uguaglianza e merito, stanno scavando nelle coscienze e nell’economia, una nuova sensibilità umanistica.

Il contenuto di questo processo è la riorganizzazione di un modello occidentale di vita, verso la sua sostenibilità, in un pianeta che conta ormai almeno 5 miliardi di consumatori ambiziosi.

Sostenibilità, accesso, uso e non possesso, equilibrio e autonomia sono le categorie del nuovo.

In giro per l’Italia ci sono realtà che spingono per il cambiamento (noi a Pontremoli lo siamo stati), si muovono varie forze lungimiranti, ancora carsiche ma significative : liste locali, leaders cittadini, comunità culturali, associazioni di volontariato ed interessi economici alternativi.

Bisogna cominciare a mettere il tutto a sistema cioè a federare il nuovo, proponendo occasioni di connessione e non di irreggimentazione; non penso ad un partito ma a cento partiti locali attorno ad un progetto d’orizzonte: un nuovo modello condiviso, di vita più giusta ma anche più competitiva.

Il luogo ideale per questo processo sono i territori e lo strumento adatto sono le città, cioè le macchine più competitive del sistema Italia; così il sistema delle autonomie locali, dopo aver respinto gli attacchi dei Partiti, deve rimpossessarsi dell’opportunità tecnologica di poter gestire grandi settori come energia e comunicazione, sottraendolo ai giganti monopolisti.

Nelle città va fondata una nuova politica del pensare e del fare.

Ma questo cambiamento che vogliamo vivere, non può riguardare e coinvolgere solo aspetti politici e sociali, deve soprattutto vedere in campo la trasformazione personale di ciascuno di noi.

L’uomo e la donna del XXI secolo, scoprono, sempre più, la loro irripetibile unicità e la loro costitutiva connessione con il tutto, individui , si, ma della e nella, dimensione planetaria.
Così, anche oggi, davanti a questo grave periodo di crisi riesco a pensare positivo; in un periodo angosciante fatto di paure ed ingiustizie, di disinformazione faziosa, di ebetismo da televisione, di cinismo pratico, di piaceri arroganti e di una devastante furbizia, credo che la speranza di vedere, in futuro, un mondo migliore per le nuove generazioni sia ancora ragionevolmente possibile.

Certo, serve un nuovo modo di fare, basato sul buon senso, cioè studiare e capire le questioni e poi affrontarle con coraggio e determinazione condividendo le scelte e partecipando ai problemi.

In questo senso, personalmente, giudico positivo ed utile, il fatto che la NASA abbia recentemente pubblicato un dossier, in cui espone il vero pericolo per la terra, da parte del sole e della tempesta solare che ci colpirà intorno al 2012.
In questo dossier si parla esplicitamente dei rischi potenziali per una serie di eventi catastrofici che avverranno entro il 2012; questi eventi verranno caratterizzati da bombardamenti di vere e proprie tempeste solari e di probabili sciami meteoritici.
Il fenomeno è spiegabile attraverso la naturale e normale attività solare.

Il sole, la stella di riferimento per la nostra vita, con un ciclo di 11 anni arriva al suo “massimo solare” durante questo particolare periodo, la nostra stella può generare tempeste magnetiche più o meno potenti, capaci, a seconda della minore o maggior intensità, di mettere fuori uso i satelliti,o in casi eccezionali come quello previsto per il 2012, di distruggere i sistemi di telecomunicazione e quelli di distribuzione dell’energia. Ciò comporta il rischio per la distribuzione dell’acqua potabile, la conservazione di cibi e medicine deperibili che potranno essere persi nel giro di 12-24 ore, l’interruzione immediata o potenziale del riscaldamento o del condizionamento dell’aria, dello smaltimento delle acque nere, dei servizi telefonici, dei trasporti, dei rifornimenti di carburante e così via, secondo ragionevoli previsione fatte dalla NASA.
Considerato come siamo dipendenti dall’energia e dalle telecomunicazioni possiamo intravedere come seppur per breve tempo (almeno nella storia le tempeste sono durate massimo 48/52 ore), in quel lasso di tempo, nonostante tutti i nostri sforzi compiuti nel tempo, per dominare la natura, il mondo possa essere completamente perso, fuori da ogni controllo!

Credo che dobbiamo tutti, essere consapevoli del fatto che per decenni abbiamo vissuto sopra le nostre reali, necessità; ci siamo abituati ad un tenore di vita eccessivo, rispetto alle possibilità, medie, di ciascuno e rispetto alle risorse limitate del pianeta ma soprattutto ci siamo troppo abituati ad una pericolosa dipendenza tecnologica.

Occorre pensare ad un ridimensionamento della nostra struttura sociale, cambiare i nostri comportamenti e ripensare lo stile di vita.

La vera questione non è la “decrescita” (parola che evoca diffidenza) ma una nuova visione della crescita che realizzi uno sviluppo più equilibrato e sostenibile.

In questo senso il momento difficile che vive la “nostra” Europa non è solo una sconfitta, ma anche una straordinaria opportunità per un salutare momento di ripensamento.

Se è vero che il bacino mediterraneo è stato, in passato, uno dei fulcri imprescindibili della cultura umana, il compito che tocca, oggi all’Europa, è quello di dimostrare di saper giocare un ruolo nuovo, non solo economico, ma anche politico, culturale e soprattutto spirituale .

Abbiamo bisogno di rifondare l’Unione Europea, non certo dissipando i passi fin qui fatti, ma approfondendoli, per dare il la ad una nuova epoca di comportamenti etici e di crescita sostenibile.

L’euro è una conquista importante, ma abbiamo bisogno anche di altri simboli, ancora più forti come, ad esempio, una nuova unità di misurazione dell’energia pulita.

L’Europa con la sua storia millenaria, basata sulle solide radici della nostra tradizione cristiana che sono assai più ramificate e i frutti sono ancora assai più ricchi (e in parte ancora da fiorire), di quanto crediamo abitualmente, potrebbe essere il laboratorio di una nuova socialità.

Se sapremo coniugare la creatività di questo inizio millennio con le tradizioni del passato, l’attualità con la memoria, l’originalità di ciascuno individuo con una collettività sussidiaria, la responsabilità etica verso la solidarietà e la sostenibilità, potremmo dare il via ad una nuova coesistenza, più umana, intesa come fondata sui diritti delle persone e non sugli scambi commerciali.

A ragione di questo credo che oggi l’umanità possa incontrarsi in modo concorde, solo sul mito della Pace. La pace presuppone la giustizia e la giustizia presuppone il rispetto dei diritti umani.

Altri “miti” condivisi universalmente non ne vedo: Dio non convince tutti (troppo sangue, troppe ingiustizie in suo nome), il mercato non è la panacea di tutti i mali (come chiaramente vediamo adesso), la tecnologia non risolve i problemi essenziali dell’uomo ed il pan-naturalismo rischia di farci perdere la consapevolezza della misura giusta delle cose.

Per questo oggi la pace può essere un mito unificante per tutti: per popoli, culture, religioni diverse nonché per ogni persona, che vogliano costruire e curare (amare!) il futuro della nostra umanità
Cari lettori, questa deve essere la nostra aspirazione ed il nostro impegno (in famiglia come a livello locale ed in quello nazionale come in quello internazionale), consapevoli che solo attraverso il buonsenso di ciascuno, il dialogo profondo con altre culture ed il confronto sulle cosmovisioni sarà possibile dare sostanza ad una adeguata convivenza nella globalizzazione.

“Prepariamoci ad un mondo con meno risorse, meno energia, meno abbondanza… e forse più felicità”.

Luca Mercalli